L'euforia del decollo per Ibiza per dare l'ultimo calcio al Covid. E l'isola ha un sapore particolare
di Marco Mottolese

L'euforia del decollo per Ibiza per dare l'ultimo calcio al Covid. E l'isola ha un sapore particolare

L'aereo, ecco prendere l'aereo è segno che le cose cambiano. Andiamo a vedere che succede in un volo, mi dico, vediamo che #Covidtelling possiamo riportare. Fiumicino è ancora asserragliato in un solo terminal. Penso, la guerra non è finita. Molti, che mai avevano viaggiato verso altri continenti, finalmente hanno modo di scoprire l'area di partenza che più vuole rappresentare il gusto italiano. D'altronde è da lì che prima si partiva per i voli intercontinentali e lasciare un buon ricordo, l’ultimo, per chi parte per altri continenti, è determinante per il buon nome di un paese.

 

I terminal degli aeroporti sono un condensato di quanto hai visto prima.  Brand del lusso, cibo di qualità, offerta made in Italy ora alla portata di tutti, anche di chi vola per 50 minuti. Certo, poca la gente in giro, solo alcuni fruiscono dei servizi, ma piccoli segnali comunque mi arrivano... sento parlare lingue diverse dalla nostra.

 

Salire su un aereo è complicato più che mai, mi chiedo se al personale a terra viene riconosciuto un indennizzo per la quantità di burocrazia in più da svolgere. L'aereo, contrariamente al treno, non prevede sedute distanziate, ma salire su un velivolo - e partire - è cosa così agognata che l'atmosfera nella carlinga è serena, quasi euforica. D'altronde si va a Ibiza.

 

All'arrivo trovo un'organizzazione marziale, diversi passaggi monitorano attentamente lo sbarco e l'ingresso del passeggero e mi chiedo cosa accade a chi, sprovvisto di qualche documento, si ferma ad uno dei controlli. In un’immagine tra il comico e il disperato, mi vedo tornare “in ceppi” da dove ero partito.  Arrivare fino all'uscita è percorso a ostacoli che il gruppo di passeggeri in arrivo affronta con determinazione ed evidente, seppur trattenuto, patema. Il virus, nei “non luoghi” preposti al viaggio, è ingabbiato in una serie di controlli come se, oltre ai passeggeri, si volesse rendere difficile il passare le frontiere anche al famigerato coronavirus.

 

L’arrivo nell’isola è rassicurante, sebbene la nomea di questo posto sia associato a vita dissoluta, vacanze estreme e paradisi artificiali, quando sei in aeroporto ti senti più in un ospedale. Inizio a parlare con la gente; i taxisti, i primi a percepire i cambiamenti, le persone nell’hotel, nei bar, nei negozi. L’isola è attonita, ovunque il virus ha lasciato senza parole ma in un luogo come questo, vero “porto di mare” contemporaneo, essere isolati sembra un controsenso.

 

Gli operatori turistici attendono gli aerei come una volta le popolazioni di lontani paesi attendevano in aeroporti sperduti l’uscita dai velivoli appena atterrati per vedere lo “straniero” che volto avesse, come uno spettacolo. Mi dicono che l’occupazione dell’isola è intorno al 40% del classico “bottino” stagionale , le discoteche sono chiuse, l’isola è tranquilla, ha un volto diverso.

 

Un post covid moderato e controllato; l’attitudine di chi opera qui a gestire complesse condizioni di affollamento è stata trasferita nella capacità di controllo dei pochi che arrivano. Effetto “Covid” positivo per quel settore del “divertimento” che avrà occasione per ripensare alcune strategie. Guardo l’antica città che domina l’ingresso del porto; come già accaduto nel mio giro in Calabria e in Sicilia scorgo la natura indifferente ai nostri problemi e, forse per renderci ancora più ossequiosi nei suoi confronti, anche qui  si fa bella come non mai.


Ultimo aggiornamento: Sabato 3 Luglio 2021, 10:13
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