L’insostenibile solitudine dello smart working
di Marco Mottolese

L’insostenibile solitudine dello smart working

Dopo otto consecutive stagioni immersi senza soluzione di continuità nell’inaspettato, possiamo anche sussurrarcelo che lo smart working è una nuova forma di prigionia. Ricordo che da ragazzo i giornali a caccia di trend futuribili raccontavano, anche per immagini, di come un giorno saremmo stati simili agli svedesi, avremmo lavorato da casa o al parco, i computer ci avrebbero aiutato ad abrogare gli uffici dalle nostre vite e queste sarebbero state bellissime, bambini cani e gatti avrebbero gironzolato intorno a noi durante il lavoro e a quel punto ci figuravamo sorridenti sul divano mentre un gioviale amministratore delegato, dalla sua casa da  “nouveau riche” tutta a parquet ( che all’epoca segnalava un privilegio) in video ci avrebbe, con la sua empatia, agevolato nel lavorare a distanza.

 

E siccome nella vita – come dicono in Toscana – “se non si va non si vede” ecco calata per noi , decenni dopo quel sogno che non si realizzava mai,  la scala reale del lavoro da remoto;  “ORA LO SAPETE TUTTI CHE NON ERA COSA PER VOI ” sembra però dirci una voce imperiosa come da un altoparlante nascosto, perché, in virtù del virus, abbiamo scoperto forzatamente che lo smart working è attività che trasforma la casa in una simil cella più che un luogo ove passare solo parte del nostro tempo. Non è un caso che, sempre all’epoca, i media, oltre a raccontarci la favola bella del lavoro da casa, magnificavano del nord europeo le prigioni, accoglienti e spaziose - quasi loft – nelle quali un detenuto potesse sentirsi a proprio agio e ricevere visite, anche se fratricida. Così, con grande ritardo e quasi fondendo quegli irraggiungibili - ma claustrofobici modelli abitativi - oggi ci è stato rivelato che le case diventano quasi galere se le utilizzi per fini diversi da quelli per le quali furono ideate.

 

Se un inventivo documentarista volesse fare un reportage in tempo reale sullo stato degli uffici abbandonati in era Covid probabilmente scoprirebbe che emanano già un senso di passato, come quando ci aggiriamo in una reggia antica, oggi museo, o in case di campagna diroccate, e cerchiamo di immaginare ciò che un tempo accadeva tra quelle mura. Uffici iper tecnologici, abbandonati ai loro solitari rumori che sembrano spasimi – ma sono solo ronzii e gorgoglii delle macchine inutilmente pronte all’uso - oggi desertificati; nelle redazioni pare di vederli i giornalisti assenti mentre, a testimonianza del loro ultimo passaggio, i pc dischiusi raccontano dell’ultimo giorno di lavoro prima che i pezzi andassero a prendere forma tra le mura di casa. E che impressione farebbero, a chi riprende la scena , gli open space, enormi luoghi senza divisioni,  concepiti negli anni ’80 per democratizzare persino lo spazio -stiamo tutti insieme, senza sergenti o caporali o scrivanie personali! – e invece era solo la strada per edulcorare il lavorificio di massa che, sebbene a suo modo oltraggioso, oggi i molti costretti a lavorare in casa persino rimpiangono.

 

Perché, se è vero che lavorare dalle abitazioni può comportare innegabili comfort (letto bagno cucina e tv, tutto a portata di mano) dall’altra la pandemia ci ha spediti troppo velocemente in un mondo che avevamo solo immaginato, o idealizzato, che era maniera intelligente, col senno di poi, per tenersene alla larga. Invece, diciamocelo, gli innovativi uomini del nord erano da decenni calati nel lavoro da remoto solo per evitare di uscire la mattina all’alba e affrontare un muro di ghiaccio e una temperatura che a quelle latitudini fa male anche a chi è di casa. Come sempre è il clima a istruire le abitudini.  Ma gli altri, cioè noi che viviamo nei climi temperati, siamo da sempre abituati ad uscire la mattina col piacere che l’aria sparge sulla pelle e il sole negli occhi – e anche se piovesse è pur sempre un diversivo da maledire con simpatia. Quelle seppur scomode traversate verso la zona franca che chiamiamo ufficio, hanno il sapore di avventura quotidiana, per un’andata e ritorno che esalta il sottile piacere di avere un luogo dal quale uscire e nel quale la sera, appagati, rientrare.

 

Come altri milioni di lavoratori ho sempre salutato la mattina vestendomi, più per gli altri che per me - che è già dare un senso alla recita quotidiana - poi, il tragitto in auto mi offriva la ciarliera amicizia intermittente con la radio per, infine, infilarmi in un tram all’interno del quale la quotidiana osservazione dei transumanti per lavoro mi faceva sentire parte di un flusso vitale che si scioglieva alla mia fermata lasciandomi da solo per un intimo a tuppertù con la città.

 

A testimonianza concreta di quanto siano consolidate le nostre abitudini viene in soccorso la scuola: quando si studia il complemento di “moto a luogo” le frasi che servono d’esempio per capirne l’utilizzo nel quotidiano ci raccontano l’importanza di uscire di casa: “Luca va a scuola”; “Francesca va in ufficio”; “Luigi è salito sul treno”; “La mamma va a fare la spesa”. Queste frasi ritrite e che  l’insegnante sfodera ad ogni anno scolastico,  non solo servono a puntellare l’insegnamento della grammatica ma si appoggiano alla famigliarità del dire – la certezza che la mattina tutti ci muoviamo  - per facilitarne la fruizione.

 

Troppo in fretta, dunque, ci è stato chiesto di adattarci ad una novità che per altri popoli è consuetudine e, sebbene molti pensino che sia solo una fase passeggera, sappiamo che non sarà così perché le aziende hanno scoperto, fortuna loro senza investimenti, l’economicità dello smart working; in due anni hanno appreso che questo modello di lavoro è già il futuro, modello che verrà perfezionato e messo a sistema evirando a priori una parte di ricordi, quelli che venivano costruiti nelle andate e ritorno verso ciò che si chiama, o chiamava, ufficio.

 

In tutti i casi la solitudine dello smart worker rimane sentimento da perfezionare. Nel tempo – si sa, l’uomo s’adatta- la fonte di costruzione di memoria troverà nuove ispirazioni e le case nuovi utilizzi. Ma la mia personalissima idea è che attingere dalle mura casalinghe le energie per lavorare in solitudine ci porterà a un calo di forze che aprirà ad un eccesso di pensiero che smaltiremo individuando nuovi territori. Non necessariamente smart.

 

 

 


Ultimo aggiornamento: Domenica 16 Gennaio 2022, 06:50
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