La dura vita dei controllori al tempo del Covid. Ma almeno è previsto un aumento di stipendio?
di Marco Mottolese

La dura vita dei controllori al tempo del Covid. Ma almeno è previsto un aumento di stipendio?

Qualcuno ricorderà, c’era un tempo in cui, sui tram e gli autobus, nelle grandi città, si saliva e trovavi un addetto in divisa che staccava il biglietto e incassava da tutti coloro che salivano. Faceva quello e solo quello, tutto il giorno, sempre con la stessa giacca, d’inverno e d’estate, magari con il caldo slacciava la cravatta, ma dato che aveva anche la funzione di controllore ogni tanto alzava la voce e diceva: “andate avanti, avanti c’è posto” oppure “non si sale dalla porta centrale” (che era un buon metodo per non pagare il biglietto) perché il bigliettaio mica poteva muoversi dal suo posto a caccia dei trasgressori. Aveva occhi per tutto, certo, ma il turno di lavoro era pesante, una giornata a staccare biglietti e dare resti dal cassettino con le lire ben allineate nei loro scomparti. Ora, io non so se è il caso di parlare di alienazione, ma se penso ad un lavoro alienante penso a quello, più ancora che alla catena di montaggio, perché in questo caso si costruisce qualcosa, prende forma un prodotto, si contribuisce a creare valore, mentre nello staccare i biglietti, e implorare di muoversi in avanti, è insita una sorta di robotizzazione che all’epoca forse nessuno percepiva se non inconsciamente i diretti interessati. Certo, per l’uomo in divisa aziendale c’era tutto il tempo per guardarsi intorno; osservare - senza farsi notare - le belle donne, origliare discorsi futili che la gente fa per ingannare il tempo del tragitto, forse a lui utili per combattere la noia e magari, se il tram non era pieno e nessuno saliva alle fermate, c’era anche il tempo di schiacciare un pisolino ad occhi aperti.

 

Perché vi parlo di questo? Perché in tempi di pandemia gli addetti ai trasporti, viaggianti o stanziali, hanno dovuto aumentare in maniera esponenziale la loro attività, la loro missione di sicurezza. Altro che staccare biglietti; oggi chi lavora in un aeroporto dedicandosi completamente alla catena di controllo necessaria a far decollare un aereo - ma anche chi lavora in stazione, dove a volte sembra di dover attraversare il muro di Berlino per arrivare a salire sul treno - non ha proprio il tempo di guardarsi intorno o chiudere gli occhi; oggi chi lavora in queste aree di transito, che il filosofo Bauman ha denominato brillantemente “non luoghi” , deve porre un’attenzione maniacale a tutto quello che accade al momento della partenza, perché il Covid ha triplicato la complessità di un imbarco, che sia un treno, un aereo o una nave. In questi non luoghi si è in balia dei controlli, dei check-in, delle distanze da (far) mantenere. Sono finiti i tempi in cui in pochi minuti si saliva a bordo, si prendeva posto, ci si allacciava la cintura di sicurezza e via! No, oggi si contrappongono esseri umani, gli uni controllano gli altri per scoprire se sono in grado di viaggiare, se in regola con normative nuove e sfinenti, perché la tecnologia non facilita, come si dice di solito, ma è decisamente più complessa e tortuosa che staccare un biglietto stando seduti in fondo ad un bus. La tecnologia solo apparentemente aiuta ma, né chi parte né chi controlla, oggi percepisce il lavoro snellito. Prendiamo ad esempio un imbarco su un volo; prima della pandemia bastava la carta di imbarco (la maggioranza in Italia l’aveva cartacea) e un documento di identità (e già esibire il documento è storia recente) ; oggi il personale di terra deve controllare il green pass o il documento che attesti un tampone recente (nome, data, referto) , non parliamo poi del malvagio apparire dei qr-code, che se manca il lettore ottico dei codici (a me è successo) quel QR è solo un geroglifico inintelligibile; tutti questi passaggi, oltre a rallentare tremendamente gli imbarchi, mettono in seria difficoltà chi deve controllare e, allo stesso tempo, garantire la puntualità.

 

Io li osservo questi addetti, stanchi, con gli occhi strabici di fatica e la voglia inespressa di mandare tutto e tutti a quel paese pur mantenendosi cordiali. La vita, se è diventata difficile per noi che viaggiamo, figuriamoci quanto sia complessa per coloro che ce lo permettono.

 

Ostentano calma, sembrano sereni come angeli custodi che sanno che, alla fine, ci traghetteranno lì dove ognuno intende andare, ma ogni partenza, ogni binario, ogni cabina di aereo, ormai prevede che qualcuno sia autorizzato a fare una full immersion nella vita di un altro, controlli esasperati che la burocrazia tecnologizzata, esplosa col virus, dispiega a mani basse ovunque e in ogni momento della nostra giornata. Muoversi è indubbiamente molto più complesso di una volta, come se le facilitazioni offerte dalla rete - e che fioriscono nel nostro cellulare- nel loro moltiplicarsi negassero le ragioni della loro applicazione: fare prima!

 

E la disperazione del signore che ha perduto il codice del green pass? E quella mamma che non aveva fatto fare il tampone al figlio convinta che non servisse? E quella anziana signora che nemmeno sa cosa voglia dire in italiano quella parola che, chissà perché, è stata formulata in inglese – green pass- semaforo verde, sì, perché solo con “lui” ormai ci si può muovere. (Se su quei tram di decenni fa gli addetti avessero dovuto, oltre che staccare il biglietto, controllare il green pass ed incassare i denari, i sindacati avrebbero sicuramente alzato la voce).

 

A questi odierni angeli delle partenze, questi lavoratori zen che occultano lo stress come attrici e attori consumati, non pensiamo mai abbastanza. La loro vita lavorativa è notevolmente peggiorata con l’avvento del virus e ogni giorno devono apprendere nuove regole con le quali magari non sempre sono d’accordo ma alle quali devono far sottostare gli altri in una sorta di inaggirabile nemesi. E’a questi lavoratori che andrebbero dati i ristori, queste hostess di volo e di terra, questi controllori, agli steward a volte leggermente attempati che si affaticano due volte per seguire con precisione tutte le regole che sono loro comunicate in quantità per essere messe in pratica immediatamente, in un crescendo di perizia sociale che unisce vecchi metodi con nuove pretese ed essere infine certi che quel mezzo, pieno di viandanti, verrà traghettato senza pericoli. E’ una fase eroica la loro ma bisognerà stare molto attenti perché, e penso a quel famoso detto americano che ormai ha esteso il proprio significato e che vuole esprimere cose brutte e spiritose, ma anche buone e metaforiche, once you go black never go back - in sostanza il concetto di aver superato un punto senza ritorno - ecco questo modo di dire si attaglia a questi lavoratori, sentinelle sull’attenti a difendere la zona grigia del controllo , probabilmente mai più riusciranno a far rispettare le regole di viaggio con la serena semplicità di una volta; per loro il cambiamento è davvero epocale perché dubito che torneremo al punto di partenza. Ecco, per queste persone, mi chiedo e chiedo, è previsto almeno un aumento di stipendio?


Ultimo aggiornamento: Venerdì 3 Settembre 2021, 16:59
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