Coronavirus, il prefetto di Torino, Claudio Palomba: «Controlli mirati sulle aziende. Sospeso chi non è in regola»

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di Cristiana Mangani

La parola d’ordine è urgenza: il ministero dell’Interno ha chiesto interventi rapidi ai prefetti, affinché si sappia con certezza quali aziende abbiano veramente diritto a svolgere la loro attività. Sono 105.727 le comunicazioni ricevute all’8 di aprile, 38.534 le pratiche istruite, 2.296 le sospensioni effettuate. Un grosso carico di lavoro che riguarda principalmente le zone industriali del Nord, ma anche un po’ tutta Italia.

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Il Piemonte, con la Fca è tra i primi per richieste e per protocolli attuati. Il prefetto di Torino, Claudio Palomba, è in continuo contatto con la Guardia di finanza, braccio operativo per le verifiche sul territorio, con la camera di commercio e con le associazioni degli industriali.

Prefetto, come state affrontando l’emergenza?

«Abbiamo cominciato ad affrontarla già da un po', per la verità. Sono due le questioni principali: le autorizzazioni a svolgere le regolari attività per le aziende e la sicurezza sul lavoro, in base al protocollo approvato di recente».

Partiamo dalle aziende, quante hanno fatto richiesta di poter riaprire senza avere il codice Ateco? E quante stanno continuando a lavorare senza avere l'autorizzazione?

«Rispetto a tutta la filiera autorizzata, cioè quelle in possesso del codice, se ne sono aggiunte 2092. Ci sono pervenute le richieste attraverso un modello di comunicazione che abbiamo messo a punto nella nostra regione. Chi sottoscrive questa autodichiarazione lo può fare solo se la sua attività è collegata con quella della casa madre, titolare del codice Ateco».

Ma se queste aziende non hanno i requisiti come fate a scoprirlo?
«La Guardia di finanza sta lavorando senza sosta. Vengono fatti controlli a campione, ma mirati. E chi non ha il titolo viene sospeso. In alcuni casi è stata richiesta integrazione di documentazione, proprio per evitare il provvedimento più grave».

Molte imprese, però, avendo presentato l'autocertificazione si sentono autorizzate ad andare avanti in base al principio del silenzio-assenso, e non sempre è corretto. 

«Il silenzio-assenso è un istituto giuridico, ci si assume la responsabilità di quello che si sta facendo. E quindi se tu procedi con l’attività, nonostante io ti abbia fatto delle eccezioni, se non stai nelle regole, ti sospendo. E passi anche i guai».

È difficile immaginare, però, che non esista “un sommerso”, che i controlli riescano a raggiungere tutti.
«Indubbiamente qualcosa, forse, ci sarà, ma devo dire che la Guardia di finanza è molto attiva. Inoltre qui, c’è la cultura sabauda, e un grande rispetto del senso dello Stato. Proprio due giorni fa, tra l’altro, il rettore del Politecnico di Torino ha illustrato un piano per la ripresa che verrà ufficializzato oggi. Un progetto con regole precise per le imprese, per il trasporto pubblico, per l’attività sanitaria e anche per la formazione dei lavoratori. qualcosa che può rappresentare una base di lavoro anche a livello nazionale».

 Il primo protocollo di sicurezza aziendale è partito proprio dal Piemonte, le aziende collaborano?
«Sono obblighi previsti per poter ricominciare a lavorare. E le verifiche vengono fatte di continuo».

Ai prefetti, però, viene chiesto anche molto altro. Nelle ultime settimane il Viminale ha invitato a un'attenzione massima sul territorio per il rischio che, nella crisi economica sviluppata dall’epidemia, si possano insinuare interessi illeciti e organizzazioni criminali, in che modo state contrastando il fenomeno?

«Abbiamo istituito una cabina di regia che incardina gli organismi datoriali e sindacali. Le riunioni avvengono ogni settimana proprio per esaminare le criticità. Quello che vogliamo fare è puntare molto su modelli di prevenzione amministrativa. I sensori sono attivati da sempre, ma oggi ancora di più, perché è chiaro che se si vede fare ingresso in una attività una persona troppo anziana, o si notano cambiamenti repentini di produzione, a quel punto si interviene subito, anche con l’eventuale interdizione».

La prevenzione sempre meglio della repressione, dunque?

«Certamente. Sono dell’idea che la vera antimafia si debba fare prima che la questione arrivi davanti ai magistrati. Prima che i danni aumentino».


Ultimo aggiornamento: Giovedì 16 Aprile 2020, 19:09
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