Lorenzo Parelli, perché reprimere in quel modo violento manifestazioni spontanee di studenti?
di Andrea Catizone

Lorenzo Parelli, perché reprimere in quel modo violento manifestazioni spontanee di studenti?

Alcuni episodi accaduti nelle ultime settimane sono stati quasi del tutto ignorati dalla stampa nazionale, certamente concentrata sul fatto centrale dell’elezione del Presidente della Repubblica - al quale oltretutto rinnoviamo gli auguri e una profondissima stima anche per l’attenzione che autenticamente ha mostrato, da sempre, verso le giovani generazioni -: mi riferisco in particolare e alle manifestazioni in piazza in seguito alla ingiusta morte di Lorenzo Parelli, il giovane studente morto in fabbrica, travolto da una barra d’acciaio, l’ultimo giorno dello stage nell’ambito del programma alternanza scuola-lavoro.

 

Non è compito di questa rubrica e di chi scrive demolire o criticare il ruolo fondamentale che le forze di polizia hanno nell’assicurare il pieno svolgimento della democrazia e di quanto il loro operato sia essenziale e rassicurante; anzi, è proprio in nome di questo rispetto e di questa gratitudine che cresce lo stupore per quanto accaduto nelle principali città italiane Roma, Torino e Milano.

 

Volti di ragazzi minorenni solcati da rivoli di sangue, occhi pieni di terrore, giovani corpi in scarpe da ginnastica accovacciati a terra per difendersi dalle manganellate riprese dai telefonini dei presenti e diffusi in maniera virale su tutto il web.

 

La prima domanda è perché reprimere in quel modo violento manifestazioni spontanee di studenti che dopo anni di torpore e di segregazione da pandemia scendono in piazza, con tanto di mascherine, per rivendicare diritti fondamentali che la Costituzione richiama, quello del lavoro e della vita. Certo, si, andranno accertate le responsabilità di chi ha fatto cosa e certamente risponderà dei fatti chi li ha commessi e non i corpi di polizia in quanto tali, che certamente prenderanno le distanze da chi agisce contro le regole.

 

Eppure preoccupa enormemente questa brutta lezione che si è voluta mettere in atto: punire alcuni per “educare” tutti. E’ su questo aspetto ingiustamente punitivo che ci si deve soffermare per restituire alla funzione educativa il suo reale ruolo.

 

Oggi più che mai siamo chiamati a rivedere gli schemi sui quali si è costruito il rapporto gerarchico tra adulti e minorenni. Una gerarchia che ha tuttora fondamento, certament, ed è necessaria per costruire dentro la coscienza dei più piccoli che crescono il principio di autorità e di rispetto delle regole, ma che non può più nutrirsi del bastone, né in privato né in pubblica piazza, perché la violenza è ormai chiaro non ha mai e mai e poi mai l’effetto di educare.

 

La violenza deve uscire da ogni dinamica relazionale perché, come un virus, si propaga e ha un effetto nefasto, scatena altra violenza, rabbia e umiliazione, e ancora perché ha una forza distruttiva devastante senza alcuna capacità costruttiva. A questo tema, pur centrale, si aggiunge poi la fondatezza delle ragioni che hanno fatto scendere in piazza i giovani studenti e studentesse che chiedono una corretta applicazione dell’alternanza scuola-lavoro e la previsione di regole certe che diano senso al tempo sottratto allo studio per recarsi nei luoghi del lavoro per impratichirsi.

 

In un Paese, come il nostro, in cui l’assenza di sicurezza sul lavoro macina vittime ad una velocità inaccettabile, in cui la disoccupazione ha ridotto alla fame intere famiglie, in cui la retribuzione per le attività lavorative svolte è diventata un optional per cui pur di avere qualcosa da fare alcune persone sono disposte a prestare le proprie competenze gratuitamente, in un Paese in cui sono le Istituzioni stesse che chiedono ad esperte ed esperti consulenze preziose senza preoccuparsi di prevedere quanto meno un gettone di presenza seppur simbolico, le manganellate sono ancora più stridenti e fuori luogo.

 

Oggi quando si è concluso il lunghissimo happening che ha, direi finalmente, distratto dall’ossessione della continua informazione sull’andamento del covid, e che abbiamo assicurato le più alte cariche dello Stato , sarebbe responsabile da parte di chi può per il ruolo che riveste nelle istituzioni, dedicarsi a quanto accade nel mondo giovanile e attivarsi per accogliere quelle richieste che timidamente gli studenti e le studentesse hanno cercato di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e di dare delle risposte chiare, certe e univoche.

 

 

Il tema del lavoro è la proiezione del futuro per le giovani generazioni, è la benzina che alimenta la voglia di studiare e di formarsi, è il tema dei loro genitori, della sussistenza minima per molte famiglie non occuparsene è da irresponsabili. Infine a quelle ragazze e a quei ragazzi un pensiero di affetto e di gratitudine per essere stati così generosi nel fare ciò che molti adulti non fanno più, combattere per migliorare la società. Sempre dalla vostra parte, Andrea Catizone


Ultimo aggiornamento: Martedì 1 Febbraio 2022, 18:05
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