Bergamo e il lutto dell’Italia: «Quelle bare senza carezze»

Video

di Michela Allegri

Un colpo al cuore, un'immagine indelebile nella memoria di ogni italiano. Uno scatto che in pochi minuti ha cambiato ogni cosa, rendendo chiara in un istante tutta la tragedia del Covid, la solitudine, l'impotenza di fronte a un virus ancora sconosciuto. È passato un anno esatto dalla sfilata dei camion dell'Esercito colmi di bare, che in una città resa fantasma dal lockdown trasportavano verso i forni crematori di mezza Italia i morti di Bergamo.

L'immagine che ha fatto il giro del mondo era stata immortalata da uno steward di Ryanair. Una fila di mezzi militari, sfocati. E in testa c'erano due auto dei carabinieri, che scortavano quel migliaio di anime morte da sole. «Accompagnando quelle salme abbiamo dato noi l'ultimo saluto. Lì in mezzo c'erano tante persone che conoscevamo. Lo ricordo benissimo: abbiamo scortato 969 bare. Tantissime». Quei momenti sono impossibili da dimenticare per il maggiore Giuseppe Regina, uno dei carabinieri del Comando provinciale che ha guidato la scorta durante il picco della prima ondata della pandemia. In quei giorni la chiesa Ognissanti del cimitero di Bergamo era stata svuotata di tutti i banchi per poter contenere 132 casse. E il numero è cresciuto di ora in ora.

 

Draghi a Bergamo Diretta: oggi è la prima Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid

Covid, algoritmo prevede aumento contagi in 8 regioni (da Campania a Lombardia) da metà aprile: migliora il Lazio

 

 

La foto

 

La notte del 18 marzo la città di Bergamo era in quarantena da una decina di giorni. Le strade erano vuote. Il silenzio surreale era stato rotto dai motori dei mezzi militari. Non c'era nessuno ad assistere all'uscita dei camion dal cimitero della città. Poi, a passo lento, si sono diretti verso l'autostrada. I bergamaschi affacciati alle finestre non capivano cosa stesse succedendo, all'inizio pensavano che fossero arrivati i rinforzi per aiutare gli ospedali. La notizia si era diffusa in pochi minuti: i camion erano pieni di bare, da portare nei forni crematori di altre regioni. E quello scatto, il primo scatto, ha fatto il giro del mondo e ha messo tutti quanti di fronte alla realtà.
I ricordi toccanti sono decine, ma uno si impone sugli altri, per il militare: «Penso alla figlia di un defunto che non poteva raggiungere la chiesa nella quale di trovava la salma del padre a causa delle restrizioni. Ci teneva a dare un ultimo saluto al genitore. La bara si trovava nella chiesa di San Giuseppe a Seriate, in provincia di Bergamo. Lei ci ha telefonato e ha chiesto in che giorno l'avremmo trasportata fuori dalla regione per la cremazione. Ci ha chiesto anche l'ora. Ha detto che si sarebbe affacciata alla finestra, avrebbe guardato verso Seriate e avrebbe detto una preghiera per salutare suo padre».


Il corteo

 

Quella notte, e nei giorni successivi, i carabinieri avevano guidato il corteo all'andata e al ritorno, portando le urne cinerarie a molte famiglie. «L'atmosfera era stranissima, l'epidemia aveva preso il sopravvento su tutto il resto, c'erano troppi morti, troppi corpi che non si riuscivano a cremare o a seppellire. C'erano le chiese piene di salme, i cimiteri allo stremo - ricorda il maggiore Regina - Abbiamo dovuto scortare i camion militari, accompagnare quasi un migliaio di uomini e donne che non hanno potuto avere un ultimo saluto dai familiari».

 

Le famiglie

 

Sono tanti i parenti che li hanno ringraziati, «ci hanno affidato i loro cari che a causa del Covid erano morti soli, spettava a noi accompagnarli nell'ultimo viaggio e poi riportarli a casa. Molte urne le abbiamo consegnate alle amministrazioni comunali, che poi hanno contattato i familiari delle vittime. Ma a volte siamo riusciti ad andare noi dai parenti». Una carezza importante a un Paese devastato da un dramma che, i quei giorni, era ancora difficile da comprendere. Un dramma che anche oggi, a distanza di un anno, persiste.

 

 

 

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 18 Marzo 2021, 11:17
© RIPRODUZIONE RISERVATA