Lo psichiatra Andreoli: «I social sono per le persone frustrate. Facebook andrebbe chiuso»

di Luca Calboni
Chiudere tutti i social, perché sono il punto di ritrovo delle persone frustrate. La denuncia è di Vittorino Andreoli, uno degli psichiatri più conosciuti in Italia e nel mondo, che ha dedicato la sua carriera intera allo studio dell'uomo e della follia. In un'intervista rilasciata a Il Giornale, il medico 78enne traccia un quadro abbastanza problematico dell'esistenza odierna dell'uomo.

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Secondo il professor Andreoli, la solitudine è la via maestra per cercare se stessi, in un mondo in cui però l'uomo non è mai lasciato da solo: «Siamo intossicati da rumori, parole, messaggi e tutto ciò che occupa la nostra mente nella fase percettiva. Il bisogno di solitudine - spiega lo psichiatra -  è una condizione in cui poter pensare ancora. Oggi sono morte le ideologie, è morta la fantasia. Siamo solamente dei recettori». E la colpa di questa iper-stimolazione è anche dei social network: «Dopo le violazioni sulla privacy, Facebook andrebbe chiuso. Lì abbiamo perso l'individualità, crediamo di avere un potere che è inesistente, lì viene violato il nostro secretum. L'individuo non sta nelle cose che mostra ma in ciò che non dice. Invece i social ci spingono a dire tutto, ci banalizzano. Ora, io non so nemmeno come si usa quella roba, ma sappiamo tutto delle persone prima di stringere loro la mano. Le relazioni invece devono avere un fascino, sono scoperta. I social sono un bisogno di esistere perché siamo morti. Creano una condizione di compenso per le persone frustrate».

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Su quale sia la malattia più diffusa oggi, Vittorino Andreoli non ha dubbi: non è la depressione, è l'infelicità. «Noi viviamo nella frustrazione, che si accumula e genera rabbia e questa genera violenza», che a sua volta diventa una forza distruttiva: «La violenza è un atto motivato che può portare a uccidere: io sono geloso, uccido chi mi ha portato via l'oggetto del mio desiderio. Raggiunto l'obiettivo finisce la carica violenta. La distruttività invece è la voglia di rovinare e non riguarda solo l'altro ma anche se stessi è una piccola apocalisse familiare». Lo psichiatra si lascia anche andare a una battuta sul potere e sul presidente americano Donald Trump: «Diciamo che se incontrassi Trump mi porterei dietro il camice. Il potere è una malattia sociale. Si pensa di guarirlo aumentandolo. Potere vuole dire faccio perché posso non perché è utile. E così il costruire diventa una patologia speculare alla distruzione».


Infine, la normalità: per Andreoli «la normalità non è amata. Io a volte mi diverto. Premetto che non mi invitano più a cena perché pensano che già al secondo abbia fatto diagnosi. Quando qualcuno non mi sta simpatico, dico: sa che lei è proprio normale? E lui si giustifica. Nessuno vuole essere normale. I normali sono noiosi. Normale vuole dire: equilibrio, coerenza, onestà, regole. Questi elementi sono visti male». L'intervista si chiude con una analisi della ricerca della felicità: «Io ce l'ho con la felicità. Io sono un infelice gioioso. La felicità - conclude il famoso medico - riguarda l'io, la percezione che un soggetto ha di fronte a qualcosa di positivo che lo riguarda. La gioia riguarda il noi, è corale. Cito un grande uomo: Gesù di Nazareth. Nei Vangeli non si parla mai di felicità ma di gaudium. Collettivo, non egoista. Ecco, quello è possibile».
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