Mariupol, Vanda muore negli stessi sotterranei che la salvarono 80 anni fa dai nazisti

La storia della sopravvissuta alla Shoah, Vanda Semyonovna Obiedkova, raccontata dalla figlia: "Nelle ultime due settimane mia madre non riusciva neanche a muoversi e chiedeva il perché di queste bombe"

Mariupol, Vanda muore negli stessi sotterranei che la salvarono 80 anni fa dai nazisti

I sotterranei di Mariupol l'avevano salvata, ma in quei sotterranei è morta 80 anni dopo. Vanda Semyonovna Obiedkova ad appena 10 anni era scampata ai nazisti nascondendosi in una cantina di Mariupol e in una cantina della città simbolo della resistenza ucraina è morta il 4 aprile a 91 anni, dopo settimane di vita senza luce e acqua per nascondersi dagli invasori russi.

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A raccontare la storia di Vanda, superstite dell'Olocausto che fece nella sola zona di Mariupol tra i 9mila e i 16mila morti, la figlia Larissa su Chabad.org. «Nelle ultime due settimane mia madre non riusciva neanche a muoversi, dopo tutto l'orrore che aveva vissuto durante la persecuzione nazista non meritava di morire così, l'ho vista spegnersi senza potere fare nulla», dice Larissa che è riuscita a fuggire da Mariupol solo all'inizio di questa settimana attraverso uno di quei corridoi umanitari rischiosi e spesso violati e grazie all'aiuto della locale comunità ebraica guidata dal rabbino Mendel Cohen che sta supportando anche chi ancora è rimasto nella città assediata.

Se non è riuscita a dare alla madre una morte degna Larissa ha cercato di regalarle almeno un addio dignitoso e col marito, rischiando per gli interminabili bombardamenti, l'ha sepolta in un parco pubblico non lontano dal mare d'Azov. La vita di Vanda racconta le cicatrici di Mariupol: nata nel 1930 aveva solo 10 anni quando nell'ottobre del 1941 i nazisti occuparono la città e iniziarono a rastrellare e deportare gli ebrei. Quando le SS arrivarono a casa sua uccisero la madre Mindel ma lei riuscì a sfuggire all'orrore nascondendosi nella cantina di casa: «Non fece un fiato per la paura e quel silenzio la salvò», spiega Larissa.

Il padre di Vanda non era ebreo e riuscì a nasconderla in un ospedale dove Vanda rimase fino alla liberazione della città nel 1943. La donna poi si sposò nel 1954 quando Mariupol era stata ribattezzata dai sovietici Zhdanov. «Mia madre amava questa città, non ha mai voluto andarsene, neanche con la guerra», continua Larissa. E con la guerra la vita di Vanda, 80 anni dopo, diventa nuovamente sotterranea e clandestina.

«Quando sono iniziati i bombardamenti massicci ci siamo trasferiti in cantina ma non c'era riscaldamento, si gelava. Abbiamo vissuto settimane e settimane come animali. Non avevano acqua e andare a prenderla era rischiosissimo perché due cecchini si erano piazzati vicino alla fonte più facilmente raggiungibile. Eravamo bersagliati dalle bombe e la casa tremava. Mia madre mi diceva che non ricordava nulla di simile dalla seconda guerra mondiale», continua ancora Larissa che ora, al sicuro, dice che non tornerà più a Mariupol.

«Non c'è più una città, non ci sono case, non c'è nulla. È tutto perso, perché ritornare?», dice la donna restituendo l'ultimo frammento di vita della madre: «Gli ultimi giorni tremava di freddo, era riversa nel suo letto e ripeteva 'Perché sta succedendo tutto questo? Perché?». Larissa non ha potuto risponderle e l'ha sepolta davanti al mare di Mariupol, la città che Vanda non aveva mai voluto lasciare. Ma lei non tornerà più a Mariupol perché ormai «è un immenso cimitero», una città di morti. I vivi fuggono o restano nelle viscere ad aspettare il sacrificio.


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 20 Aprile 2022, 20:52
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