Trump assolto al processo di impeachment: ​«Non istigò l'assalto al Congresso»

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Donald Trump è stato assolto. Nulla di fatto, dunque, al Senato al processo di impeachment. La difesa del tycoon aveva sostenuto che si trattava di una «vendetta politica. Trump non istigò l'assalto al Congresso». Dopo le arringhe finali delle parti, infatti, il Senato ha votato assolvendo Donald Trump. A favore della condanna 57 voti, di cui sette repubblicani. I no sono stati 43. Per la condanna erano necessari 67 voti, ossia i due terzi dei 100 senatori.

Sette senatori Repubblicani, dunque, si sono uniti con il loro voto ai Democratici nel dichiarare Trump colpevole delle accuse che gli sono state mosse nel processo di impeachment. Per giudicarlo colpevole, serviva una maggioranza dei due terzi del Senato. I sette senatori Repubblicani che hanno votato con i Democratici sono Richard Burr, Bill Cassidy, Susan Collins, Lisa Murkowski, Mitt Romney, Ben Sasse, Pat Toomey.

 

L'accusa: «Trump non ha aiutato Pence»

 

L'accusa ha presentato «prove schiaccianti e irrefutabili»: lo ha detto il deputato dem Jamie Raskin, capo della pubblica accusa, aprendo gli argomenti conclusivi del processo di impeachment contro Donald Trump.

«Donald Trump non ha fatto nulla neanche per aiutare il vice presidente in difficoltà», ha dichiarato uno dei manager dell'accusa nella requisitoria finale al processo di impeachment contro l'ex Presidente citando la telefonata da cui aveva appreso che Mike Pence era stato evacuato durante l'assedio a cui ha fatto seguito, ha denunciato l'accusa nella requisitoria finale, il tweet contro il suo numero due. «L'inadempienza dei suoi doveri è stata un elemento cruciale della sua istigazione alla rivolta e inestricabile da questa. È chiaro al di là di ogni dubbio che Trump ha sostenuto le azioni dei rivoltosi e per questo deve essere condannato».

Il senatore repubblicano Mike Lee ha consegnato i tabulati telefonici in cui è registrata la telefonata che Donald Trump gli fece il sei gennaio alle 2.26 del pomeriggio, mentre era in corso l'assedio del Congresso e lui, come altri congressmen, era stato costretto a rifugiarsi in una stanza. A Trump, che voleva parlare con il senatore, Tommy Tuberville, era stato passato il numero sbagliato. Lee ha quindi portato il telefono a Tuberville, a cui il Presidente, nella telefonata durata meno di dieci minuti, ha cercato di convincerlo a intervenire per frenare il processo di ratifica dell'elezione di Biden in programma quel giorno al Congresso. La telefonata si era interrotta bruscamente perché i senatori avevano dovuto essere spostati ancora. Nel corso della telefonata, Tuberville ha informato Trump che Mike Pence era stato evacuato.

«Ha detto una cosa non vera». Il senatore Mike Lee ha contestato la ricostruzione della sequenza fra il tweet contro Pence e la telefonata di Trump al suo numero di cellulare effettuata dal manager dell'accusa David Cicilline al termine del processo di impeachment contro l'ex Presidente.

 

 

 

L'assoluzione

 

Donald Trump è stato assolto anche nel secondo processo di impeachment, unico presidente ad essere stato messo in stato d'accusa due volte e primo ad affrontare il procedimento dopo aver lasciato la Casa Bianca. Una sentenza annunciata, dopo che il potente leader dei repubblicani al Senato Mitch McConnell ha fatto trapelare una mail ai colleghi di partito in cui annunciava la sua intenzione di votare per l'assoluzione dell'ex presidente. Seppellendo così ogni residua speranza dem di una condanna che richiedeva il sostegno di almeno 17 senatori del Grand Old Party per raggiungere il quorum dei due terzi.

McConnell, che aveva condannato pubblicamente Trump per aver istigato l'assalto al Congresso, ha sposato la tesi difensiva dell'incostituzionalità dell'impeachment contro un presidente già decaduto, ritenendo che si tratta «principalmente di uno strumento per la sua rimozione» e che il Senato non ha quindi giurisdizione. Il leader Gop ha tuttavia sottolineato che «la costituzione stabilisce chiaramente che i delitti di un presidente commessi nel corso del suo mandato possono essere perseguiti dopo che lascia la Casa Bianca», lasciando quindi una porta aperta alle inchieste in corso in varie procure.

Un modo di rispondere al monito dei procuratori democratici, secondo cui ammettere che un presidente non possa essere giudicato dal Senato a fine incarico significherebbe che ha mani libere per qualsiasi delitto nelle ultime settimane del suo mandato. Ma alla fine McConnell ha preferito fare buon viso a cattiva sorte e abbracciare nuovamente Trump, come la maggioranza del partito, per tentare di riconquistare il Congresso già nelle elezioni di Midterm del prossimo anno.

 

Ricandidatura nel 2024

 

La sentenza, dunque, ha deciso il destino, ora nuovamente incrociato, dell'ex presidente e del Grand Old Party: il primo, potrà ricandidarsi nel 2024 tenendo la presa sui repubblicani, il secondo è destinato a restare un partito populista e sovranista, col rischio però di fratture interne. La resa dei conti è stata aperta da una piccola fronda parlamentare e da pezzi da novanta come Nikki Haley, l'ex ambasciatrice Onu nominata da Trump e possibile candidata alla Casa Bianca nel 2024, che ha già scaricato l'ex presidente.

La quinta ed ultima udienza si era aperta con una mossa a sorpresa dell'accusa, che aveva chiesto e ottenuto la possibilità di convocare testimoni, col sostegno di cinque senatori repubblicani. Il primo doveva essere Jaime Herrera Beutler - uno dei dieci deputati repubblicani che ha votato per l'impeachment di Trump - dopo le sue imbarazzanti rivelazioni di venerdì. La parlamentare ha confermato in una nota che il leader del suo partito alla Camera Kevin McCarthy le ha riferito che in una telefonata durante l'assalto al Congresso l'ex presidente stava dalla parte dei rivoltosi e si rifiutò di fermarli. «Kevin, penso che quelle persone siano più arrabbiate di te per le elezioni», avrebbe detto Trump, mostrando indifferenza per le violenze.

La possibile citazione di testi ha seminato però il caos in aula ed evocato lo scenario di uno slittamento anche di giorni del processo, col rischio di oscurare l'agenda di Joe Biden. La difesa aveva minacciato di chiamare almeno 100 testimoni, dalla speaker della Camera Nancy Pelosi alla sindaca dem della capitale Muriel Bowser, aprendo un vero e proprio vaso di Pandora. Dopo un'interruzione di un'ora e mezza che ha tenuto tutti con il fiato sospeso, le parti si sono accordate di sostituire la deposizione della deputata Gop con l'acquisizione delle sue dichiarazioni e di rinunciare ad altre testimonianze. Quindi accusa e difesa sono passate alle arringhe conclusive, prima delle dichiarazioni di voto.

 

 

Dichiarazioni scritte

 

La deputata repubblicana Jaime Herrera Beutler non sarà chiamata a testimoniare nel processo di impeachment contro Donald Trump: le parti hanno raggiunto un accordo per introdurre tra le prove le sue dichiarazioni scritte, che sono state lette in aula. Non è stata chiesta nessun'altra deposizione, quindi ora si passa alle argomentazioni conclusive e poi al voto finale.

 

«Vendetta politica, non istigò l'assalto al Congresso»

 

Ieri di scena la difesa di Trump, secondo cui l'ex presidente non istigò l'assalto al Congresso. Il processo, secondo i legali del tycoon, è un «atto di vendetta politica ingiusto e palesemente anticostituzionale che dividerà ulteriormente la nostra nazione». «È in gioco la libertà di parola», hanno insistito i legali di Trump.

Joe Biden si è detto impaziente «di vedere cosa faranno i miei amici repubblicani».

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: Domenica 14 Febbraio 2021, 09:13
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