Covid, paziente neonazista curato da un medico ebreo: «Per un attimo mi sono chiesto se fosse giusto salvarlo»

Covid, paziente neonazista curato da un medico ebreo: «Per un attimo mi sono chiesto se fosse giusto salvarlo»

di Enrico Chillè

Da quasi nove mesi ha curato e salvato la vita di tanti pazienti affetti dal Covid. Lo ha fatto instancabilmente, nonostante le energie fisiche e mentali fossero messe a dura prova, senza preoccuparsi di altro. Quando però in terapia intensiva è giunto un nuovo paziente, per un medico di religione ebraica e il suo team si è presentato un ulteriore elemento di stress.

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Taylor Nichols è un giovane medico statunitense che vive e lavora in un ospedale di Sacramento, in California. L'uomo, su Twitter, ha rivelato quanto accaduto nello scorso novembre nel reparto Covid dove lavora insieme ad un'infermiera afroamericana e ad un terapista respiratorio di origini asiatiche.

Il gruppo di medici era pronto ad assistere l'ennesimo paziente con patologie respiratorie, ma ad un certo punto ha scoperto che quell'uomo da salvare era un neonazista. «È arrivato con l'ambulanza, col respiro corto e già con la testa nel CPAP. Nonostante quello, continuava a respirare a fatica, appariva malato e terrorizzato. Quando siamo andati a cambiare la sua camicia, abbiamo notato un numero impressionante di tatuaggi nazisti. Un uomo robusto, ma avanti con l'età e con i denti rovinati dall'uso prolungato di metanfetamina. Sul petto aveva una svastica enorme, sul resto del corpo c'erano tatuaggi delle SS e altri emblemi nazisti» - il racconto del medico - «L'unica cosa che mi ha detto è stata, con quel poco fiato che aveva: "Non lasciatemi morire". L'ho subito rassicurato, dicendogli che avremmo fatto tutto il possibile per salvarlo».

Il racconto social, riportato anche dal San Francisco Chronicle, prosegue così: «Tutti noi abbiamo visto quei simboli d'odio, così ostentati, con orgoglio. Non abbiamo però perso un attimo per lavorare perfettamente in squadra e fare tutto il possibile perché quell'uomo potesse sopravvivere. Negli ultimi mesi abbiamo vissuto nell'isolamento e nella paura. La paura di ammalarci in reparto, la paura di portare il virus a casa e contagiare le nostre famiglie, la paura di dover affrontare nuove ondate e di arrivare al collasso nei reparti, la paura di perdere dei colleghi, la paura di non avere tutto il necessario per curare i pazienti. E poi, l'isolamento, perché non vogliamo essere responsabili della diffusione del virus, anche se ogni giorno siamo circondati; ma anche perché nessuno può capire ciò che proviamo, la durezza di questo lavoro. Ma andiamo avanti, siamo al fronte».

Il dottor Taylor Nichols si lascia andare poi ad uno sfogo amaro: «Purtroppo la società ha dimostrato di non voler ascoltare i medici e gli scienziati. Abbiamo pregato le persone di prendere questa pandemia seriamente, restando a casa, indossando la mascherina, cercando di essere il punto di rottura della catena della trasmissione. Invece, hanno definito la pandemia una bufala, ci hanno chiamato bugiardi e corrotti, ci hanno detto che facevamo politica perché, a detta loro, ci preoccupavamo della gente che moriva. La società ha smesso di preoccuparsi delle nostre vite, delle nostre famiglie e delle nostre paure, ognuno ha pensato solo al proprio conto».

Il medico, dopo aver espresso la frustrazione per questi ultimi mesi, è tornato a parlare del suo paziente neonazista. «Ho provato a parlargli quando era già col supporto respiratorio, dovevo chiedergli se volesse essere intubato. Anche se sapevo che era inevitabile, dovevo parlargli prima che l'ipossia lo rendesse confuso e non in grado di rispondere. Mi disse che se l'intubazione era l'unico modo di sopravvivere, avrebbe voluto che facessimo tutto il possibile. Non avevamo altra scelta» - spiega ancora il dottor Nichols - «Non è la prima volta che ho dovuto affrontare pazienti razzisti, è qualcosa che ogni volta mi sconvolge ma ho scelto di fare questo lavoro per salvare vite, non per farmi domande. Ed ogni volta ho superato ogni dubbio e ogni emozione, perché pensavo tra me e me: "I pazienti sono qui perché hanno bisogno di un dottore e tu lo sei"».

Il racconto si chiude con una riflessione amarissima ma anche comprensibile dal punto di vista umano, col dottor Nichols che torna sulla scoperta dei tatuaggi nazisti. «Per un attimo ho pensato: "Cosa potrà pensare quest'uomo, alle prese con un'infermiera nera e un terapista asiatico? E se sapesse che il medico è ebreo? E se i ruoli fossero invertiti, quest'uomo si prenderebbe cura della mia vita?"» - spiega ancora il medico - «Per la prima volta in vita mia, ho esitato per un attimo e mi sono chiesto se fosse giusto salvare quell'uomo. La pandemia mi ha cambiato come medico e come persona, ho imparato a non reagire allo stesso modo con tutti pazienti. Ed è arrivato questo attimo di esitazione: forse il problema sono io, o forse sono lo stress e la rabbia che ho accumulato in questi mesi passati in trincea».


Ultimo aggiornamento: Lunedì 7 Dicembre 2020, 22:51
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