Biden e l’Europa/La gerarchia dei valori per saldare le democrazie
di Vittorio Emanuele Parsi

Biden e l’Europa/La gerarchia dei valori per saldare le democrazie

Dal G7 a Putin, passando per il vertice Nato e il summit Usa-Ue. Nel suo primo viaggio all’estero da presidente degli Stati Uniti, Joe Biden ha ribadito e rilanciato il concetto di Occidente. Definendo chi è dentro e chi non può esserlo: non per una questione meramente geografica, ma per l’adesione (o il rigetto) verso i principi che – non senza tensioni e contraddizioni – lo connotano. 


G7, Nato e Ue sono le forme istituzionali che l’alleanza delle democrazie di mercato ha assunto a partire dal 1949, con membership in parte sovrapposte. Dal crollo del Muro di Berlino, e in maniera più marcata nel corso di questo secolo, il senso di questa comune appartenenza si è venuto talvolta appannando, per le tensioni alle quali lo stesso successo della sua formula lo ha sottoposto. 


La storia non è finita con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma proprio l’avvento dell’era globale che ha preso il posto dell’era della Guerra Fredda è ciò che più evidentemente ha stagliato il modello delle “società aperte” come quello meglio attrezzato per accompagnare e favorire la spinta innata alla libertà propria degli esseri umani.
La storia non è finita con un trionfo semplicemente perché la storia non finisce e non ha nessun contenuto provvidenziale. 

 

Non incede, per parafrasare Hegel. E di trionfo non ha alcun senso parlare perché le istituzioni politiche ed economiche – la democrazia, lo Stato, il mercato – devono continuamente essere manutenute e mantenute (o ricondotte) in equilibrio. Ne sappiamo bene qualcosa proprio qui in Occidente, dove mai come negli ultimi anni le conquiste della seconda metà del secolo scorso sono apparse e sono a rischio di essere travolte.
In questa intensa settimana europea, il presidente Biden ci ha ricordato la necessità di fissare ben salde le gerarchie: non quelle della potenza, ma quelle dei valori. Ha riassegnato alla politica il ruolo che le compete, l’onere al quale non può sfuggire. Il tutto è riassumibile in una domanda: quali sarebbero i valori e i principi organizzativi di un mondo in cui la leadership americana venisse meno?


Perché se una cosa occorre riconoscere al grande progetto dell’ordine liberale internazionale, è quella di avere tentato più di qualunque altra proposta (precedente, alternativa e seguente) di fare del mondo «un luogo sicuro per la democrazia». Ma il “secolo americano” non sarebbe mai stato tale senza il contributo decisivo dell’Europa, senza il faticoso metodo del multilateralismo e senza le istituzioni che hanno cambiato il verso della storia del Novecento, consentendo alla relazione transatlantica di sopravvivere ai nemici esterni – come lo fu l’Unione Sovietica – e impedendo che persino una figura come Donald Trump potesse distruggerla, facendo ripiombare l’America in un anacronistico isolamento e l’Europa in una pericolosa solitudine.


L’incontro con Putin a Ginevra ribadirà quanto emerso rispetto alla Cina nel vertice Nato: è nella condivisione di valori, principi, e regole che possono essere appianate anche le più aspre divergenze di interessi economici ed è per questo che l’alleanza tra le democrazie è qualcosa che ha trasformato la politica internazionale. La Russia rimane una superpotenza nucleare, un importante Paese eurasiatico con cui bisognerà fare i conti a lungo. Così come la Cina è destinata ad essere – è già – la principale sfidante all’ordine nel quale le democrazie si riconoscono e al quale le democrazie aspirano.


Realismo è riconoscere l’esistenza di regimi diversi con i quali è necessario confrontarsi e interloquire sempre. Ma sarebbe un esercizio di cinismo ignorare, o fingere di ignorare, che il legame speciale tra le democrazie è un dato altrettanto reale ed un’eccellente risorsa per edificare il mondo che verrà. Ribadirlo non “fa il gioco” di nessun altro e non favorisce né accelera l’intesa russo-cinese. Accantonarlo danneggia noi stessi. 


Sta a noi, del resto, credere per primi nei nostri valori: senza spocchia, senza voler dare lezioni a nessuno, «con la forza dell’esempio e non con l’esempio della forza» – per riprendere le parole dello stesso Biden – in maniera inclusiva e consapevoli dei nostri errori, ma sempre ispirati dalle idee in cui crediamo. Questa è la forza delle “società aperte” rispetto a tutte le altre.

 

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Giugno 2021, 22:33
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