Il governo e le 4 sinistre/ Il neonato in agonia per mancanza di sintesi

Di elezioni ne ricordo tante (la prima è quella del 1963: avevo 13 anni), e di governi italiani ne ho visti all’opera tantissimi, più o meno una cinquantina. Però un governo come questo non l’avevo mai visto. Non voglio dire che questo sia il peggior governo che l’Italia abbia mai avuto, questa è una questione di punti di vista (personalmente credo di averne visti di peggiori).

No, quello che voglio dire è che non ricordo sia mai successo, negli ultimi 50 anni, quel che sta accadendo ora, e cioè che un governo appena nato venga già, dopo pochissime settimane, dipinto come agonizzante non già dai suoi avversari (naturalmente inclini a confondere realtà e sogni), ma dai suoi stessi sostenitori, a partire dall’establishment mediatico progressista.

Governo confuso, litigioso, senz’anima sono i giudizi meno malevoli che si leggono in questi giorni. Come è stato possibile? Che cosa ha fatto sì che i salvatori della patria, che ci avevano evitato l’aumento dell’Iva e la calata degli Hyksos leghisti, si trasformassero – agli occhi di tanti commentatori – in un manipolo di inetti politicanti incapaci di fornire una guida e una speranza al Paese?

Una risposta, naturalmente, è che il racconto drammatizzante secondo cui saremmo stati destinati alla catastrofe ove il capo degli Hyksos avesse espugnato la cittadella della democrazia era, per l’appunto, nient’altro che un racconto. 

E per di più un racconto creduto da pochi. Se fossimo così convinti che il governo rosso-giallo ci ha evitato una catastrofe, e che tale catastrofe sia tuttora possibile, digeriremmo tutto senza andare tanto per il sottile, grati al governo per la sua mera esistenza, che ci protegge dal peggio incombente. E invece no: nessuno digerisce, il governo non piace nemmeno a chi lo ha fortemente voluto. Ma il fatto che ben pochi abbiano realmente creduto al racconto con cui cercavano di spaventarci non è l’unico motivo per cui il governo riceve oggi solo critiche. A questa ragione di fondo se ne affianca almeno un’altra, che riguarda il tipo di alleanza a cui i quattro partiti che lo compongono hanno dato vita. Questa alleanza, nata con l’illusione (di alcuni) di segnare una discontinuità e l’ambizione di offrire agli elettori una sintesi che non riproducesse la formula fallimentare del “contratto”, ha invece riproposto precisamente quella logica. Una logica che si è ripresentata nel modo più evidente nella Legge di bilancio perché i contraenti, anziché elaborare una proposta di politica economica unitaria e coerente, hanno preferito “portare a casa” ciascuno il proprio specifico trofeo: intangibilità dell’Iva (Renzi), cuneo fiscale (Zingaretti), abolizione superticket (Speranza), cui vanno aggiunti i numerosi trofei di Di Maio, dal mantenimento di tutto il pregresso (quota 100 e reddito di cittadinanza) fino alla sciagurata soppressione dello scudo fiscale sugli amministratori della ex Ilva di Taranto.

Quella logica, però, non sarebbe stata così dannosa, e autolesionistica, se le quattro sinistre non avessero fatto anche due scelte ulteriori: quella di non mettere solennemente ed esplicitamente davanti agli elettori i termini del contratto (come invece avevano fatto Lega e Cinque Stelle), e quella di rinegoziare continuamente fra loro tali termini, con procedure opache e completamente sottratte a un vero e leale dibattito politico. Il tutto aggravato da una circostanza ulteriore: l’ossessiva attenzione agli appuntamenti elettorali locali, che ha condotto alle più pirotecniche giravolte, dai migranti tenuti in mare 11 giorni per non disturbare le elezioni in Umbria, alla penosa marcia indietro sulla plastic tax, per non compromettere il risultato elettorale in Emilia Romagna.

Il risultato di tutto ciò è disastroso innanzitutto per la sinistra. Un candidato come il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che si è meritato sul campo il rispetto dell’elettorato di centro-destra, rischia di perdere le elezioni non per i propri demeriti ma per quelli del governo nazionale. Che danneggia il candidato governatore non solo con la plastic tax e l’orientamento complessivo anti-imprese della manovra, ma con il mero fatto di essersi imposto con una manovra di Palazzo. Non si può escludere, infatti, che l’ostinato rifiuto di andare ad elezioni politiche convinca molti elettori incerti a votare la candidata della Lega solo per punire il governo nazionale, a dispetto di quel che pensano del candidato del Pd.

Se fossi Bonaccini, scongiurerei gli esponenti del governo e dei partiti che lo sostengono di non mettere piede in Emilia Romagna fino alla notte del 26 gennaio, quando sarà stato chiuso l’ultimo seggio.
www.fondazionehume.it
 
Sabato 9 Novembre 2019, 00:26
© RIPRODUZIONE RISERVATA