Giganti del web e nani del Fisco: hanno schivato 74 miliardi di tasse grazie ai paradisi fiscali
di Michela Poi

I giganti del web hanno schivato 74 miliardi di tasse grazie ai paradisi fiscali

Guadagni colossali per tasse irrisorie. I giganti del web continuano a macinare profitti stellari, a vedere crescere i propri ricavi a doppia cifra, a sedere su una montagna di liquidità. Ma soprattutto a schivare miliardi di euro di tasse, appoggiandosi a giurisdizioni fiscali morbide in cui far confluire gran parte dei propri ricavi, così da assottigliare l’imponibile dove le aliquote fiscali sono più alte. L’Italia, come molti altri Paesi, continua a pagare il conto di questa strategia spregiudicata.

Nel 2018, rileva l’analisi di R&S Mediobanca sui colossi del websoft, il Fisco ha incassato solo 64 milioni di euro da 15 gruppi con filiali in Italia. Microsoft ha versato 16,5 milioni, Amazon 6, Google 4,7, Oracle 3,2, Facebook 1,7, Uber 153 mila euro e Alibaba 20 mila euro. Il conto sale a 76 milioni se si includono i 12,5 di tasse pagati da Apple, non inclusa nel campione. I ricavi aggregati dichiarati in Italia dalle websoft sono stati solo di 2,4 miliardi di euro, pari allo 0,3% di quelli globali, con utili fermi a 64 milioni, una goccia nel mare dei 110 miliardi registrati nel 2018. Il trucco per “dribblare” il fisco è sempre quello di spostare il fatturato nelle filiali dei Paesi dove si pagano meno tasse, rispetto alle quali le controllate italiane figurano come prestatori di servizi. Le transazioni concluse con l’erario tra il 2015 e il 2018 - Apple ha pagato 318 milioni, Google 306 milioni, Amazon e Facebook 100 milioni a testa - non sono dunque sintomo di un ravvedimento.

Semplicemente le websoft trovano più conveniente ‘ottimizzare fiscalmentè e poi scendere a patti con la giustizia tributaria. Grazie a Paesi come Irlanda, Lussemburgo, Delaware, Cayman, le 25 società analizzate da Mediobanca hanno risparmiato 49 miliardi nel quinquennio 2014-2018, cifra che sale a 74 miliardi se si allarga il campo ad Apple, con 25 miliardi di euro ‘reginà dello slalom fiscale, davanti a Microsoft (16,5 miliardi), Google (11,6 miliardi) e Facebook (6,3 miliardi). Le tasse risparmiate hanno contribuito ad alimentare quel mare di liquidità - 507 miliardi di euro - di cui le websoft dispongono per annettere startup, consolidando la propria forza sul mercato, ed avviare imponenti piani di buyback (riacquisto di azioni proprie) con cui sostenere i corsi in Borsa. Dove le quotazioni sono cresciute in media di quasi il 20% all’anno nel 2014-2018, portando le valutazioni a livelli record, con una capitalizzazione totale di 5.067 miliardi a metà novembre, otto volte tutta Piazza Affari.

Mercoledì 27 Novembre 2019, 17:00
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