Pensioni, 64 anni e assegno ridotto, avanza l’ipotesi dell’uscita anticipata

Pensioni, 64 anni e assegno ridotto, avanza l’ipotesi dell’uscita anticipata

La formula per la pensione flessibile dopo Quota 100 esiste e sta guadagnando consensi. Ma deve fare i conti, oltre che con la possibile instabilità politica prossima ventura, anche con i consueti vincoli di bilancio: l’uscita anticipata con il contributivo nei primi anni di applicazione avrebbe un impatto consistente sui conti pubblici. Nel cantiere sulla previdenza che riparte ufficialmente domani mattina al ministero del Lavoro il tema di quel che accadrà dal 2022 in poi è l’argomento principale, anche se probabilmente non sarà affrontato in questi termini da subito.

«Lo scopo è superare la riforma Fornero - ha indicato la ministra Nunzia Catalfo - inizieremo a capire come inserire maggiore flessibilità in uscita». Il formato è quello di un incontro con le parti sociali che come tale si protrarrà in più sessioni, nelle quali non si entrerà nel merito delle soluzioni tecniche. I sindacati confederali illustreranno la propria proposta che prevede sostanzialmente la possibilità di lasciare il lavoro già a 62 anni, e verosimilmente non potrà essere presa in considerazione in questa forma dal governo. L’idea su cui si ragiona a livello tecnico è quella di una pensione flessibile, che potrebbe cioè scattare a partire dai 64 anni di età (invece dei 67 richiesti per la vecchiaia) ma con il calcolo dell’assegno interamente su base contributiva. Di fatto è una sorta di estensione e generalizzazione dell’attuale Opzione donna che è riservata solo alle lavoratrici.

I dettagli sono ancora da definire e saranno naturalmente importanti per la definizione del profilo finanziario dell’intervento. Si valuta se prevedere anche un requisito minimo di contributi, ad esempio 36 o 38 anni (in questo caso il nuovo meccanismo avrebbe un aspetto non troppo diverso da quello di Quota 100) oppure limitarsi a richiedere che l’assegno finale non sia troppo esiguo (nel sistema contributivo a regime esiste una soglia minima di adeguatezza pari a 2,8 l’assegno sociale, ovvero attualmente poco meno di 1.300 euro lorde al mese). Chi sceglierà questa opzione, qualora effettivamente diventi realtà, accetterà naturalmente un taglio dell’assegno rispetto a quello pieno: non solo per gli anni di lavoro in meno (questo accade anche con Quota 100) ma anche per l’effetto del calcolo contributivo sull’intera carriera. L’entità della decurtazione dipende dal percorso lavorativo dei singoli, ma in media potrebbe aggirarsi sul 10-15 per cento.


SOLUZIONE ALTERNATIVA
Dal punto di vista dello Stato l’operazione non sarebbe però indolore, perché nei primi anni di eventuale applicazione del nuovo meccanismo si avrebbero comunque maggiori pensioni da pagare; nell’arco di una decina di anni poi i risparmi sugli importi compenserebbero la maggiore spesa ma nell’immediato serve una copertura finanziaria. Se, come pare molto probabile, il governo non vorrà intervenire per modificare o cancellare Quota 100 prima del suo naturale esaurimento nel 2021, una soluzione alternativa potrebbe essere il ripristino dell’aggancio all’aspettativa di vita per le pensioni anticipate previste dalla legge Fornero (aggancio attualmente sospeso fino al 2026). In mancanza di risorse sufficienti il nuovo schema - che di fatto anticipa l’uscita flessibile già prevista a regime nel sistema contributivo - potrebbe entrare in vigore non in modo strutturale ma di anno in anno.
Tra gli altri temi al centro del confronto la futura pensione di garanzia per i giovani, la separazione tra previdenza e assistenza e l’approfondimento sui lavori gravosi. Il presidente dell’Inps Tridico aveva lanciato l’idea di un’uscita flessibile legata proprio alla “gravosità” delle varie occupazioni. Un progetto complesso da realizzare: lo stesso Tridico in ogni caso converge sull’idea di applicare il calcolo contributivo.
Ultimo aggiornamento: Domenica 26 Gennaio 2020, 08:23
© RIPRODUZIONE RISERVATA