Banca popolare di Bari, crediti dubbi e costi elevati: così è nata la crisi dell'istituto

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di Rosario Dimito
«Con l'obiettivo di mettere in sicurezza i ratio patrimoniali a fine 2019, la Banca ha previsto tre leve: boost ricavi, copertura assicurativa e asset sale». Il disperato tentativo di far restare a galla la Popolare di Bari, è stato messo nero su bianco dall'ormai ex ad Vincenzo De Bustis, coadiuvato da Mediobanca e Oliver Wyman, nelle 25 pagine della bozza di linee guida di strategia industriale e patrimoniale 2020-2024 consegnata al Fondo interbancario tutela depositi (Fits) che l'ha bocciata. Ma la banca barese, messa in amministrazione straordinaria nella serata di venerdì 13 con la nomina dei commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini, versa in condizioni più che preoccupanti: a fine anno ha l'indice patrimoniale principale (Cet1) è al 5,2% contro un livello normale di almeno dell'8%.

Un quadro pesante e reso ancor più problematico dagli altri indicatori: l'Npe ratio, che è il rapporto crediti deteriorati/impieghi netti, sempre a fine anno è del 19,3% (Bce impone il 5%), la copertura del deteriorato è al 39,9% (si consiglia almeno il 60%), un costo del credito del 234,7% (l'ottimale è meno della metà), 2.680 dipendenti per 291 filiali, con un margine di interessi per dipendente di 63,3 commissioni nette per dipendenti. La situazione è dunque estrema, trascinata progressivamente verso il burrone da terapie inadeguate, come appunto l'aumento dei ricavi di 20 milioni senza una strategia precisa oppure la vendita di asset, la chiusura nel 2020 di circa 100 filiali e il licenziamento di 810 dipendenti.

LE DISMISSIONI
A proposito di dismissioni, due giorni fa Sri Group, la holding di Giulio Gallazzi, ha confermato l'offerta binding per il 73% di Cassa Orvieto, di cui la fondazione locale ha il 27%. Ieri l'ente ha ribadito la necessità che si proceda alla vendita, tanto più che l'acquirente, due giorni fa, nel dare la confirmation avrebbe alzato il prezzo e la garanzia sui dipendenti.

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Da ieri i commissari hanno preso in mano l'istituto per tracciare un nuovo percorso che consenta al Fits di ripetere il salvataggio condotto in porto con successo su Carige, grazie all'abilità del presidente Salvatore Maccarone: in Liguria in tandem con Ccb, in Puglia insieme a Mcc, l'istituto pubblico che dovrà essere ricapitalizzato. Ajello e Blandini in mattinata hanno incontrato i dirigenti dell'istituto per una prima presa di contatto ai fini del passaggio di consegne e hanno chiesto loro di far pervenire alla struttura territoriale l'invito a trasmettere fiducia alla clientela alla riapertura degli sportelli domani, cercando di dissuadere coloro che volessero ritirare i risparmi. E' infatti questo il rischio maggiore da contrastare perchè una banca può essere al limite con il capitale ma rischia di più se la liquidità è inferiore al 100% del parametro base.

Due sere fa il governo si è diviso sul decreto che da un lato avrebbe dovuto stanziare circa 500 milioni per Mcc e, dall'altro, aprire lo scudo della garanzia statale su eventuali bond da emettere, come nel caso di, Carige allo scopo di fronteggiare eventuali fughe di depositi. Il destino della banca è affidato al consorzio delle grandi banche che, con il commissariamento, avrà più tempo per intervenire assieme a Mcc. Pare si sia già aperto un canale negoziale tra Tesoro, Bankitalia e Bce sullo shortfall di capitale da rispettare entro fine anno. Via Nazionale vorrebbe congelare l'urgenza dell'intervento, Francoforte non sarebbe di questo avviso e l'emergenza potrebbe essere coperta dal Fitd con una manovra di 150 milioni sulla quale le grandi banche sono però molto fredde. E comunque dalle analisi preliminari di Bce, Fitd e Mcc potrebbero dover mettere nel 2020 1,2-1,3 miliardi più di quanto previsto. L'aumento di capitale avverrebbe a cavallo dell'estate.
 
Ultimo aggiornamento: Domenica 15 Dicembre 2019, 09:17
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