Daria Bignardi con "nonno Sofri": "Devo tutto a Carver"

di Francesca Cicatelli
Già pensa alla versione partenopea in dialetto napoletano di "Storia della mia ansia" (Mondadori). Daria Bignardi, al suo quinto romanzo, è stata folgorata in città dall'aver scoperto che il protagonista della sua storia qui sarebbe definito un "guaio di notte", ironizza, un uomo insomma difficile da gestire, che in poche vorrebbero prendersi a carico nella propria vita.

Soave e pacata, la scrittrice emiliana ha mantenuto salda l'attenzione della sala gremita de La Feltrinelli di piazza dei Martiri, accompagnata da Valeria Parrella e dalla cantautrice Flo (alias Floriana Cangiano, in uscita con un album autoprodotto), che l'ha fatta commuovere con la sua musica. A osservarla da lontano, defilato nelle ultime file del parterre, c'è il suocero Adriano Sofri, che dice di aver "chiuso con le interviste e il giornalismo". Non ci si aspetta di vederlo nelle vesti di premuroso tour manager, la segue ovunque lasciando anche che la sua Daria lo chiami "nonno Sofri" riconoscendogli pubblicamente grandi doti di scrittore. L'autrice rivela la sua passione per i libri di Raymond Carver, d'ispirazione per il suo esordio da scrittrice: "Ricordo ogni particolare e circostanza intorno a me durante la lettura di Cattedrale. Un incontro letterario illuminante". Nove ore è il tempo che la Bignardi ha impiegato a rileggersi ad alta voce e a registrarsi nell'audiolibro in uscita. Una sola volta, tutta d'un fiato. Ama limare i suoi scritti solo alla fine, quando ha tutta la storia davanti. Attraverso le vite e l'amore dei protagonisti nel romanzo trovano spazio la malattia, l'ansia, le ossessioni, l'amore materno. La protagonista racconta di aver "imparato a barare per fuggire al dolore, cresciuta con il terrore della follia della madre e il senso di colpa per non averla saputa proteggere". Colpiscono i dialoghi, quasi improvvisazioni teatrali. E fa sgranare gli occhi quanto i personaggi siano vicini al lato oscuro di ciascuno di noi, come se spiassero le parti che crediamo al sicuro persino da noi stessi.

Quanto c'è di autobiografico in questo libro? E come combatte l'ansia? Quanto l'ansia incide sulla sua vita? Come in tutti i libri, un po’ si ruba alla propria autobiografia un po’no, ma la mia ansia è molto vicina a quella di Lea e l’ho a lungo rimossa perché ho avuto una madre malata di ansia ossessiva come la sua e odiavo anche solo la parola “ansia”. Quando l’ho riconosciuta ho cominciato a capire l’influenza che aveva e ha su di me, sia nelle cose buone, come lo stimolo creativo, che in quelle cattive: non ascoltarsi, fissarsi sulle cose negative. Nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso. Il tradimento è solo una cura all'ansia? "Non saprei. Lea non tradisce Shlomo. Il personaggio di Luca, il ragazzo che incontra in ospedale, serve a illuminare e raccontare il suo lato più allegro e leggero". Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente, ci piace illuderci che potrà andare diversamente ma è già tutto segnato? Anche lei percepisce la sua vita come un destino? "A volte sì. Credo che ci siano cose alle quali non possiamo ribellarci, come la vocazione per la scrittura per esempio. Possiamo rimandare, evitare, ritardare, ma prima o poi quel che ci appartiene davvero ci viene incontro inesorabilmente. Come scrisse Pound: “ Quel che veramente ami non ti sarà strappato, quel che veramente ami è la tua sola eredità“. Com'è la sua visione del futuro? Dopo aver scritto questo romanzo è cambiata? E quali sono i suoi prossimi obiettivi? "Vivo giorno per giorno. Non so ancora se sono cambiata, ma un po’si cambia sempre, anche se certe cose non cambiano mai. Non ho obiettivi se non quello di difendere il più possibile il mio tempo". Invasioni barbariche, un capitolo chiuso? "Sì". In un video Luca Sofri chiama capo Renzi nel dietro le quinte delle invasioni barbariche dopo un' intervista. Cosa risponde a chi intravede continue misture e favoritismi tra politica e tv ? "Luca chiama tutti Capo, come i posteggiatori di Roma chiamano tutti Dottore. E’un modo di dire. Per quanto mi riguarda, e riguarda lui, non c’è nulla da rispondere".
Mercoledì 21 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 17:28
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