La volpe del deserto, la "Dakar" s'inchina all'immenso Stephane Peterhansel: 14 vittorie
di Giorgio Ursicino

La volpe del deserto, la "Dakar" s'inchina all'immenso Stephane Peterhansel: 14 vittorie

La gara di motorsport che più profuma di leggenda. Tutti i campioni di F1 che sfidano la 24 Ore di Mans se ne innamorano. Anche i più forti. Egoisti. Abituati a correre da soli contro tutti, avendo come avversario solo il cronometro. È il fascino delle corse di durata dove non conta solo la velocità, ma la resistenza, l’affidabilità, il saper coccolare la macchina e le gomme per spingere nel momento opportuno. E poi c’è il saper fare squadra, con i compagni di equipaggio e con i tecnici del team perché Le Mans non “sceglie” mai il più bravo dei “solisti”, anche se è un fenomeno. Una gara che dura un giorno, ma il trionfo dura tutto l’anno perché, per prendersi la rivincita, bisogna aspettare l’edizione successiva.

Una cosa del genere, ingigantita, accade con la Dakar dove l’esperienza conta più della velocità e l’affidabilità è la regina assoluta per poter battere il deserto. Le Mans e Dakar, due montagne, che valgono da sole più dell’intero campionato di cui fanno parte e chiunque baratterebbe una vittoria con l’oblio per resto della stagione. Un po’ come il Tour de France per il ciclismo. L’università, l’apoteosi. In questo weekend in Arabia Saudita ci sono stati i festeggiamenti per l’edizione 2021 che, come al solito, apre il calendario dell’anno. Fra le vetture, la categoria più prestigiosa per i fenomeni al nastro di partenza, ha dominato l’immenso Stephane Peterhansel.

Non è una novità, l’asso francese è abituato ad imprese del genere, ma andando a rivedere classifiche ed albo d’oro si ha la conferma che l’ex centauro ha firmato un’impresa straordinaria. Stephane, infatti, ha vinto il raid più duro del mondo per la quattordicesima volta, una cosa mai immaginata da nessuno, anche in altri sport. Hamilton e Schumi hanno agguantato il titolo di F1 7 volte ciascuno, tante quante il mitico Vale Rossi si è imposto nella classe regina del Motomondiale. Il danese Tom Kristensen ha in bacheca 9 trionfi a Le Mans e Sebastien Loeb si è impossessato 9 volte della corona del Mondiale Rally.

Nessuno, però, è riuscito a domare per 14 anni una gara così massacrante che dura almeno due settimane con prove di oltre 500 km al giorno nei luoghi più inospitali della terra. Il minimo errore vuol dire il ritiro o, ancor più, il rischio di farsi male. Molto. Chi fa una performance del genere e un fenomeno fuori dal comune, non tanto per il talento velocistico innato, quanto per la resistenza e la capacità di concentrazione. Eppure Peterhansel è umano. Un tipo anche modesto. Simpatico. Corre soprattutto perché ama l’avventura e quei paesaggi fantastici. Per lui strategia e tattica di gara sono doti naturali: si trova sempre nel posto giusto al momento giusto e, in soprattutto, sempre lontano dai guai.

Come le Mans ci pensa bene a scegliere il suo vincitore, la Dakar si concede solo a chi conosce bene e Stephane è un tipo intimo per la corsa delle corse. La sua carriera e la storia del raid sono cresciute quasi parallele. Peterhansel per poco non fa parte del gruppetto di avventurieri che nel 1978 si ritrovarono al Trocadero di Parigi per sfidare il Sahara e raggiungere Dakar. Essendo nato il 6 agosto del 1965 era troppo piccolo per affrontare l’ignoto e non aveva neanche la patente. Negli anni successivi, però, nell’enduro francese ha corso insieme a quegli avventurieri poi diventati eroi: Cyril Neveu 5 volte vincitore a Dakar (di cui 3 delle prime 4 edizioni) e l’Africain Hubert Auriol mancato nei giorni scorsi.

Stephane scopri la Dakar nel 1988, a 23 anni, e da quel giorno non l’ha mollata più. Logico che il raid lo privilegi. Tre edizioni per prendere le misure (il noviziato lo deve pagare anche un tipo così) poi gli anni Novanta sono stati suoi. Dal ‘91 al ‘98 ha vinto 6 volte di cui 4 consecutive, sempre in sella alla Yamaha. Solo dopo aver battuto il primato di Neveu, a poco più di 30 anni, decise di appendere la moto al chiodo. Come vuole la tradizione passò alle auto per cercare di ripetere il sognò di Auriol che era arrivato primo sia con le 2 che con le 4 ruote. Sembra uno scherzo ma l’esperienza conta anche per un dakariano che ha percorso migliaia di chilometri fra le dune e la Dakar lo ignora per 5 lunghi anni.

Nel 2004 rompe il ghiaccio affermandosi sulla spiaggia dell’Atlantico con la Mitsubishi. La corsa ormai lo considerava fra i prediletti anche con le auto e Peterhansel si prende, sempre con il bolide giapponese, 2 della 3 edizioni successive. Mai nessuno si era spinto tanto in alto, con 9 trionfi poteva pensare al ritiro. La casa nipponica si ritira e lui passa alla BMW dove non c’è una macchina da assoluto, ma Stephane sa anche perdere (arriva due volte quarto), prima che il team schieri il prototipo di Mini che il fenomeno porta per due anni di fila sul gradino più alto del podio.

Arriva la Peugeot, la marca di casa, che chiaramente punta su di lui anche se ha in squadra il principe dei rallysti, Sebasten Loeb. Due vittorie anche con la casa del Leone. La Peogeot si ferma, ma non Peterhansel che torna alla Mini dove per tre anni mangia polvere fino all’impresa attuale che gli vale la quattordicesima corona. In squadra Stephane è visto come un “ragazzino”. Il suo compagno, vincitore lo scorso anno e sul podio in questa edizione, è infatti Carlos Sainz, il papà del pilota di F1 e neo ferrarista che è nato nel ‘62 e il prossimo 12 aprile spegnerà 59 candeline.

A chi crede che vincono i “vecchietti” per mancanza di concorrenza gli conviene dare un’occhiata alla lista dei partenti: anche quest’anno, fra gli altri, c’era Loeb, il re assoluto dello sterrato che dopo 7 anni la Dakar non gli dà ancora confidenza. Ha proposito di arzilli nonni, e arrivato al traguardo anche quest’anno in moto l’italiano Franco Picco che 30 anni fa era fra i favoriti per la vittoria. Franco, pilota d’acciaio e dakariano fedelissimo, di anni ne ha 65.


Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Gennaio 2021, 20:19
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