Auto, stop ai motori termici nel 2035: l'Italia non può passare da eccellenza a fanalino di coda

Auto, stop ai motori termici nel 2035: l'Italia non può passare da eccellenza a fanalino di coda

di Giorgio Ursicino

In questo periodo di cambiamenti e di problemi globali, il mondo dell’auto rinnova se stesso. No, non è solo la mobilità sostenibile a ridisegnare il volto dell’automotive. Il comparto è partito per un lungo viaggio che, alla fine del percorso, lascerà pochi paletti del vecchio orticello. I costruttori ed i nuovi protagonisti hanno deciso che, invece di addomesticarla, la tigre conviene cavalcarla. Prendendo l’epocale svolta per le corna e accelerandola ancora di più. Il famoso luogo comune di trasformare i grovigli in opportunità non è mai stato calzante come in questa fase. L’impressione è che si tratti di un colpo di spugna destinato a cancellare quanto fatto finora. E che negli ultimi decenni si è un po’ impantanato, per dare un vigore tutto nuovo ad un settore destinato a crescere ancora. La mobilità non è solo tecnologia.

Coinvolge anche aspetti economici e sociali entrando, a testa alta, nel mondo dei diritti. Eh sì, muoversi pare sia un’esigenza e un diritto di tutti. Addirittura annoverato fra le priorità fondamentali. L’auto sta cambiando, dalla progettazione alla vendita, può essere l’occasione per attuare processi parecchio moderni e virtuosi. La decarbonizzazione totale non è solo veicoli “zero emission”. Ha spinto le case a controllare tutta la filiera, dalle materie prime al riciclaggio. La mobilità, infatti, ha l’ambizione di diventare in fretta “verde”. Non solo quando i veicoli camminano, ma nell’intero ciclo produttivo, occupandosi anche del fine vita e di reinserire le varie componenti nell’economia circolare. Tutti i guru della filiera dicono che si può. Basta crederci.

Il mezzo polverone, tutto sommato trascurabile, che ha creato il voto del Parlamento di Strasburgo sulla fine delle vetture termiche nel 2035, per gli addetti ai lavori è un dibattito privo di appeal: la svolta è iniziata da tempo ed è senza ritorno. Che importanza può avere una data tre anni prima o dopo? O la sopravvivenza minoritaria fra quasi tre lustri di una vecchia tecnologia ormai abbandonata da tutti? Difficile che accadrà ma, anche se il Consiglio Europeo rinnegasse l’iter faticosamente maturato delle Istituzioni Comunitarie, resuscitando l’emendamento proposto dalle destre e bocciato dall’assemblea plenaria, sapete cosa cambierà? Nulla. Meno di niente. Chiaramente, fra 13 anni, non esisterà più, almeno in Europa, una tecnologia residuale che costerà molto di più creando problemi all’ambiente. Le curve dei costi prevedono che la sovrapposizione dei prezzi fra le auto termiche e quelle elettriche arriverà nel 2026, un decennio prima della scadenza UE.

Da quel momento in poi i prezzi dei veicoli ad elettroni continueranno a scendere, quelli delle vetture a combustione ad aumentare. Chi si comprerà le seconde? Nessuno le produrrà più, mentre le prime saranno spinte dall’innovazione e dalle sinergie delle economia di scala. Certamente nessuno nel Vecchio Continente avrà voglia od interesse ad importare dall’India, dal Sudamerica o, magari, dall’Indonesia macchine che da noi non si trovano più. Il nostro paese, ancora saldamente nel G7, paladino dell’habitat e con una tradizione motoristica ancora incomparabile, merita qualcosa di più. Molto di più. Deve rientrare nella ristretta cerchia dei leader della mobilità ecologica dove già sono la Cina e gli Usa, la Germania e il Giappone, la Francia e la Corea. Dobbiamo restare un’eccellenza anche della componentistica del futuro ricordandoci che le svolte sono sempre opportunità che premiano i più bravi e i più reattivi. Ma bisogna fare in fretta, lucidare le nostre potenzialità, non piangersi addosso.

Qualche “burlone” ha ribattezzato un altro emendamento della UE di retroguardia come “salva Ferrari”. A Maranello si sono fatti una risata, ma si sono rifiutati di commentare. A parte il fatto che nel 2035, chiaramente non lo dicono, il Cavallino produrrà il doppio del limite massimo previsto dalla norma (10 mila pezzi l’anno), nel Capital Market Day i manager della più prestigiosa casa del mondo hanno annunciato che già nel 2030 solo il 20% della produzione totale avrà solo il tradizionale motore a scoppio. In tutto il mondo. Il 40% delle Rosse non farà rumore. Un altro 40% avrà la spina. Forse la Ferrari, dal vertice del panorama planetario, non ha bisogno degli aiuti di chi è in difficoltà... Che il nuovo quadro possa funzionare lo ha confermato l’Iveco.

Non ha nulla a che fare con Stellantis (la Exor è primo azionista di tutti e due), nasce da uno spin off da CNH e vuole essere uno dei leader nella costruzione di veicoli industriali ed autobus. La produzione di questi ultimi nella Penisola era stata fermata diversi anni fa perché non più remunerativa. Ora torna a casa (Torino e Foggia) con i mezzi a batterie o ad idrogeno più sofisticati. Forse, invece di preoccuparci troppo di cosa accadrà nel 2035, è il caso che guardiamo cosa succede ora e ci diamo una svegliata.

Oltre ad essere l’ultimo paese fra i 5 grandi d’Europa (Germania, Francia, UK e Spagna) per le vendita in percentuale di auto elettriche, siamo indietro in termini assoluti di mercati molto più piccoli del nostro. Le tendenza si è già invertita, le vendite di auto “zero emission” da noi sono in calo dal 2021 al 2022, in Olanda e Belgio no. Se non ci affrettiamo a mettere le colonnine sulla autostrade, il treno passa e non lo prendiamo più. Altro che 2035...


Ultimo aggiornamento: Martedì 5 Luglio 2022, 10:49
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