Auto, con il Recovery Fund all'Italia serve un piano per la mobilità: dieci punti per non uscire di scena
di Giorgio Ursicino

Auto, con il Recovery Fund all'Italia serve un piano per la mobilità: dieci punti per non uscire di scena

La mobilità, un valore enorme nel ventesimo secolo. Negli anni iniziali del Novecento si andava ancora a cavallo. Alle fine, spinti dalla globalizzazione, il pianeta è diventato un villaggio piccolo piccolo, dove le persone si spostano con tutti i tipi di mezzi. Un’esistenza quasi frenetica che gli ambientalisti hanno spesso criticato, indicandola come una delle principali cause d’inquinamento. Lo stile di vita convulso ha forse toccato l’apice, facendo nascere per ritorsione la moda del “chilometro zero”. Un format che non ha nulla di simile con la pratica dei venditori di auto che, per abbassare i prezzi, piazzano le vetture nuove come fossero usate.

Le cose, però, possono cambiare in fretta, bisogna essere sempre pronti alle trasformazioni, anche profonde. Il covid è sicuramente un evento epocale. L’uomo cybernetico del terzo millennio ha preso coscienza di essere vulnerabile di fronte ad un attacco invisibile e, quando accade ciò, ribollono profonde riflessioni. Tremano i punti fermi, vacillano le certezze. Attraverso lo smart working si è scoperto che è possibile lavorare quasi nello stesso modo (chiaramente solo per alcuni tipi di attività) limitando i pericoli e le emissioni inutili. Cosa accadrà in futuro nessuno lo sa. Una cosa è certa: sia come sia, la mobilità resterà fondamentale.

Un simbolo di libertà e indipendenza, di emancipazione e creatività, che dobbiamo rendere più amica, aumentando la sicurezza e ponendoci l’obiettivo di decarbonizzarla completamente. Dovrà essere “sostenibile”, cioè dipendente da fonti rinnovabili, quindi abbiamo bisogno di una vera “svolta energetica”. Su questo siamo tutti d’accordo. Certo i motori termici hanno gli anni contati e bisogna arrivare alla meta anche parecchio in fretta. Il cambiamento, però, non dovrà essere uno tsunami. Va fatto con gradualità, accompagnando anche le fasce più “deboli” della popolazione che non riescono e seguire l’aumento dei costi, sia come aree geografiche, sia all’interno dello stesso paese.

Nel periodo transitorio che durerà svarianti anni, inoltre, dovremo ampliare lo spazio di combustibili meno dannosi del petrolio e il metano è sicuramente uno di questi, sia per i residui di combustione, sia per la facilità di movimentarlo. Una chance del genere non si era mai prospettata in passato. Va cavalcata con organizzazione e pianificazione, accompagnata da piani strategici e strutturali che durano negli anni perché il traguardo finale è posto, più o meno, alla metà del 21° secolo. Con l’improvvisazione non si va da nessuna parte e, questa volta, non servono nemmeno colpi di genio perché l’itinerario è tracciato, bisogna solo percorrerlo.

Il quasi miliardo di veicoli che intasano le strade del globo dovrà diventare tutto ad emissioni zero e l’energia necessaria per alimentarlo dovrà essere completamente pulita, altrimenti gran parte dei vantaggi voleranno via. La prossima generazione di veicoli è già stata plasmata, è tra noi. E funziona benissimo, molto meglio della precedente che aveva oltre un secolo di storia gloriosa alle spalle. Già ora i veicoli a batterie sono ovviamente più puliti e silenziosi di quelli a combustione. Ma sono anche più scattanti, potenti e piacevoli da guidare.

Provate ad immaginare un Frecciarossa 1000 (velocità oltre 400 km/h) che disastri farebbe se avesse una locomotiva a nafta. Manco a pensarci. L’auto elettrica, quindi, è una scelta insostituibile per le conoscenze attuali. Il problema è stivare la “forza” per spingerla, si può fare sia con le batterie, sia con l’ecologico idrogeno generato anch’esso da fonti rinnovabili. Quindi batterie ed idrogeno, accompagnati da una meno complessa ma per il momento insostituibile rete capillare di punti di ricarica, sono la terra promessa che cambierà la nostra vita. Un pacchetto di novità che nel nostro paese è ancora un miraggio.

Il progresso tecnologico, però, è pronto a cambiare la mobilità (e quindi l’auto) in numerosi altri aspetti che stravolgeranno l’industria intera, facendo da apripista ad altri comparti che seguiranno. Per far ciò le più grandi aziende del pianeta e i paesi più ricchi hanno stanziato cifre ingenti, mai viste in precedenza, e chi vuol fare da locomotiva dovrà saltare su questo treno cercando di occupare i posti migliori. Le vetture saranno tutte profondamente connesse, si scambieranno miliardi di dati, fra di loro e con le infrastrutture. Si guideranno da sole, cioè saranno a guida autonoma, si gestiranno da remoto cambiando carattere, temperamento e personalità e avranno la necessità di essere all’avanguardia sia nella trasmissione dati (tecnologia 5G ed oltre) sia nella potenza di calcolo con hardware potentissimi e miniaturizzati.

In più le vetture diventeranno totalmente intelligenti e con la tecnologia V2G saranno in grado di scambiarsi energia fra loro (anche in movimento) e con la rete. La utilizzeranno nel momento migliore possibile, quando costa poco, e la rimetteranno in circolazione se non serve e c’è convenienza di prezzo. In questo modo verranno evitati picchi al sistema quando gran parte dell’energia sarà eolica o solare, quindi dipendente dagli eventi atmosferici e dalle ore della giornata. Non si vede un altro oggetto utilizzato dall’uomo che possa avere lo stesso margine di sviluppo e le stesse prospettive dell’auto. In uno scenario del genere la pianificazione è indispensabile, il cambiamento va accompagnato.

“Il Messaggero” da tempo chiede un piano italiano per gestire una materia tanto complessa e strategica che per di più riguarda direttamente tutti i cittadini. È bene ricordare, infatti, che nella Penisola circolano 50 milioni di veicoli di cui 40 di vetture, come 40 milioni sono gli automobilisti che hanno la patente. Un piano che metta insieme tutte queste esigenze e crei le condizioni affinché possano realizzarsi. Più volte il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri hanno parlato di qualcosa del genere (in verità non così articolato), ma non se ne è mai fatto nulla.

Germania e Francia, invece, si sono mosse per non restare clamorosamente escluse dai giochi dell’automotive, perdendo punti di Pil, posti di lavoro e entrate per lo Stato. Non bisogna dimenticare, infatti, che questo settore è il principale contribuente per l’erario in tutti i paesi avanzati e che in Italia vale qualcosa come il 15% delle entrate totali. Eh si, questa volta qualcosa era clamorosamente sfuggito anche alla Merkel e a Macron (e predecessori) che, visto che i loro costruttori erano innamorati del diesel, l’abbandono dei motori a scoppio non pensavano fosse tanto immediato.

Così, hanno incassato il gap da Stati Uniti, Giappone, Corea e, soprattutto, la Cina in fuga nelle celle delle batterie e nella tecnologia per maneggiare l’idrogeno che è ecologico ma mica tanto docile: allo stato gassoso (tutti stanno percorrendo questa strada) va immagazzinato ad una pressione di 800 atmosfere, in quello liquido a una temperatura di quasi -250 gradi. Scattato l’allarme ritardo, Berlino ha tutta la potenza di fuoco per rientrare nel gruppo, mentre Parigi ha dato un autentico colpo di reni per non restare esclusa. Soldi statali (tanti) e coinvolgimento della grandi aziende (Total, PSA, Renault) in tutti e due settori.

Noi? Siamo quasi fuori. Di celle delle batterie non c’è traccia e pure nell’idrogeno siamo quasi al palo visto che fino a tre anni fa in Italia era “vietato” usarlo ed attualmente abbiamo una sola stazione di rifornimento a Bolzano. In Giappone c’è una struttura omogenea su tutto il territorio sulla quale lavorano da almeno 15 anni. D’altra parte come potevamo preoccuparci di questi raffinati argomenti quando ci siamo dimenticati di fare un network di colonnine di ricarica per auto elettriche, soprattutto sulle autostrade?

Ora si vogliono dare 18 mila euro di incentivi ad un’auto elettrica quando non ci sono le condizioni per poterla utilizzare. Per allocare i soldi del Recovery Fund non si parla che di piani e c’è la speranza che anche il nostro paese, abituato ad improvvisare, faccia “un piano organico per la mobilità” mettendo al centro delle efficienti reti di rifornimento di energia elettrica e di idrogeno. Solo così, anche se rischiamo di perdere l’industria, almeno riusciremo a far camminare le auto del futuro, quelle ad emissioni zero.

Con una mossa più tattica, ma non meno importante, va aiutato anche il settore della distribuzione delle vetture in modo più strutturale ed anche questo andrebbe inserito nel piano per far respirare i concessionari ed evitare che lo Stato perda miliardi d’Iva. Serve rifinanziare almeno nel medio periodo la autovetture termiche a basse emissioni di CO2 (i grandi costruttori sono contrari, ma non tengono conto della situazione italiana...) ed intervenire sulla fiscalità delle auto aziendali. È incomprensibile che non possano avere un trattamento simile agli altri paesi europei quantomeno le auto elettrificate.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 2 Ottobre 2020, 10:08
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