Smartphone al museo, la domanda che divide l'America: «Cosa c'è che non va in questa foto?»

Smartphone al museo, la domanda che divide l'America: «Cosa c'è che non va in questa foto?»

«Che cosa c'è che non va in questa foto?». L'interrogativo è stato lanciato su Twitter da Bette Midler, attrice e cantante un tempo di grande successo negli Stati Uniti, che negli ultimi anni ha fatto parlare soprattutto per i suoi interventi sui social e le polemiche con Donald Trump.

La foto mostra tre ragazze sedute su una panchina in una sala del Metropolitan Museum di New York. Alle loro spalle c'è un dipinto del pittore francese del 18° secolo Jean Baptiste Greuze, titolo “Egina visitata da Giove”, ma invece di ammirare l'opera, le tre adolescenti tengono gli occhi sul loro telefonino. La Midler voleva chiaramente sottolineare i danni che il cellulare può provocare sulle capacità di attenzione di un giovane, su come un display possa distrarre dalla bellezza dell'arte, insomma sui pericoli e le distorsioni della società “always on”, e molti follower l'hanno seguita nella polemica. Ma non tutti. Al contrario il tweet dell'attrice ha innescato un dibattito molto acceso tra chi è d'accordo con la denuncia dell'abuso dello smartphone e i tantio altri che invece hanno risposto: c'è qualcosa che non va non nella foto, bensì nella domanda posta dalla Midler.

«Non c'è nulla che non va in questa foto, perché non sappiamo che storia ci sia dietro» ha replicato Katrina Ray-Saulis, scrittrice e fotografa. «Magari le ragazze stavano scrivendo ai genitori dopo aver passato molte ore nel museo, oppure stavano leggendo qualche informazione di storia dell'arte sul sito del museo». Più o meno gli stessi argomenti rilanciati in centinaia di commenti in cui si fa notare che le ragazze potrebbero essersi sedute per riposare dopo una giornata intera trascorsa in una delle galleria d'arte più grandi del mondo. O ancora, potrebbero essersi prese una pausa prima di continuare la visita nel padiglione dell'arte europea. O forse hanno cercato notizie proprio sul quadro alle loro spalle, visto che la quantità di informazioni reperibili in rete su un'opera sono sicuramente di più di quelle contenute nelle poche righe affisse sotto alla tela sulla parete del museo.

Sree Sreenivasan, docente di innovazione digitale alla Stony Brook University's School of Journalism, in passato ha supervisionato lo sviluppo dell'app del Metropolitan Museum, ed è molto polemico con chi sostiene che l'invadenza degli smartphone guasti l'esperienza della visita al museo.«Sono discorsi che non significano nulla – dice Sreenivasan – i musei hanno il dovere di offrire ai visitatori spazi per rilassarsi, riposare e ricaricarsi per poi continuare la visita. Certo, una volta fornita una connessione wifi gratuita non possiamo avere la certezza che la gente la userà solo per fare ricerche sulle opere che hanno davanti, ma non ci sono regole da imporre alle persone su come bisogna fruire un museo». Sreenivasan infine sottolinea che, se anche si volesse credere a una forma di telefonino-dipendenza, la patologia non si può attribuire solo ai giovani: «Potrei farvi vedere un sacco di boomers che fanno lo stesso». Dove la parola “boomers” è quella ormai usata abitualmente in America per indicare i figli del baby boom, cioè dei decenni tra il 1945 e il 1964, insomma gli over 55.
Ultimo aggiornamento: Sabato 14 Dicembre 2019, 09:09
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