Roma, al Museo Napoleonico, la mostra “Napoleone ultimo atto. L’esilio, la morte, la memoria”
di Valeria Arnaldi

Roma, al Museo Napoleonico, la mostra “Napoleone ultimo atto. L’esilio, la morte, la memoria”

Le tabacchiere riccamente decorate. I giochi di società. L’argenteria con lo stemma imperiale. I libri prediletti. Sono pochi oggetti, alcuni scelti personalmente, che Napoleone ha portato con sé a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale, per rendere “familiari” gli ambienti di Longwood House, dove visse dall’esilio fino alla morte, avvenuta il 5 maggio 1821, a farsi chiave di lettura della mostra  “Napoleone ultimo atto. L’esilio, la morte, la memoria”, a cura di Elena Camilli Giammei, ospitata al Museo Napoleonico a duecento anni dalla morte di Bonaparte, fino al 9 gennaio, e accompagnata da più appuntamenti culturali anche online.

Il filo ricorrente è la memoria. Quella da conservare, contrastando la “condanna all’oblio” da parte dei suoi avversari, alla base, appunto, dell’esilio. E quella da costruire, guardando al “domani” di Napoleone, non più come uomo, ma come simbolo. Dunque all’eternità. E perfino al mito.

Così se da un lato, il percorso, proprio attraverso gli oggetti a lui cari, ricostruisce la quotidianità di Napoleone, anche nella malattia, dall’altro indaga la celebrazione della sua figura dopo la morte, in una sapiente strategia di costruzione del mito, che ha il suo primo autore in Napoleone stesso. Ecco allora il “Couvre-pieds” intessuto in seta e filo d’argento a disegni orientali che usava per coprire le gambe, all’aggravarsi della malattia.  Ed ecco la ciocca di capelli che Napoleone volle gli fossero tagliati per darli ai parenti.  E poi stampe, dipinti, effigi scultoree e numismatiche studiate ad arte per trasformare la morte di Napoleone, persona, nella “rinascita” di Napoleone, personaggio. Circa 85 i pezzi, tutti dalle collezioni del Museo Napoleonico, dalla maschera funeraria  effettuata dal calco del volto preso dal medico Antonmarchi dopo la morte di Napoleone, alle narrazioni e riletture che poi dell’evento sono state fatte da più artisti.  

Articolato in quattro sezioni, l’iter ha il suo cuore nelle litografie  raffiguranti il “Ritorno delle Ceneri” di Napoleone a Parigi nel 1840, oggetto di un apposito intervento di manutenzione finanziata dall’associazione Amici dei Musei. Così, nelle suggestioni dei due percorsi, dell’uomo e del simbolo, si riscontrano anche due viaggi reali. Quello di Napoleone verso Sant’Elena, dunque dalla gloria all’esilio,  quello del suo corpo, ormai senza vita, da Sant’Elena a Parigi, quindi dall’esilio a una rinnovata gloria.

Nel percorso pure, documenti e volumi, come il “Memoriale di Sant’Elena” di Emmanuel de Las Cases posseduto dal figlio di Napoleone. «Finalmente dopo settanta giorni di navigazione - si legge nel testo alla data 15 ottobre 1815 - e centodieci dalla nostra partenza da Parigi, abbiamo gettato l’ancora nel mare di quest’isola sperduta. Era mezzogiorno. Ecco: l’ancora tocca il fondo e forma il primo anello della catena che si prepara a inchiodare il moderno Prometeo alla sua roccia».


Ultimo aggiornamento: Lunedì 10 Maggio 2021, 12:58
© RIPRODUZIONE RISERVATA