Roberto D'Agostino alla Triennale di Milano: «Lo skating una scuola di vita, come un oratorio laico»
di Valeria Arnaldi

Roberto D'Agostino alla Triennale di Milano: «Lo skating una scuola di vita, come un oratorio laico»

«Una sorta di oratorio laico». Così Roberto D'Agostino definisce lo skating. E proprio D'Agostino - in concomitanza con l'installazione OooOoO, skatepark dell'artista coreana Koo Jeong A, progetto a cura di Julia Peyton-Jones con Lorenza Baroncelli - da venerdì renderà la cultura dello skateboard protagonista alla Triennale di Milano. Nella giornata terrà la Lectio Tracce sul marciapiede sullo skate «come spazio di sovrabbondanza, eccesso, prevaricazione, frastuono, esibizionismo, dolore ed estasi», e poi si aprirà la mostra a tema, di cui è curatore, visitabile fino al 16 febbraio, con foto di Paolo Cenciarelli, skateboard creati da Simone El Rana e due video sulla scena skate di Milano e Roma ideati da D'Agostino stesso. 
 
 

«Lo skate è sempre stato visto come un fenomeno di viziatelli senza andare oltre il passatempo - spiega D'Agostino - In realtà, come le altre sottoculture nel tempo, ha un significato culturale. Una volta i ragazzi andavano all'oratorio, oggi è il marciapiede il luogo dove si incontrano, per questo parlo di oratorio laico». Una scuola di vita. «Ci sono due valori fondamentali che si possono imparare - prosegue - Il primo è che quando cadi, ti devi rialzare, non devi mollare. Il secondo è che lo skate non si apprende da un istruttore ma insieme agli amici. Non c'è competizione, se non con se stessi. È un modo di affrontare la realtà e stare insieme, che si fa pure stile di vita. Parafrasando George Bernard Shaw, si può dire: lo skate non consiste nel trovare te stesso, lo skate consiste nel creare te stesso». La Lectio, introdotta da Stefano Boeri, presidente Triennale Milano, vedrà interventi di Cenciarelli, El Rana, Paulo Lucas von Vacano, editore Drago. D'Agostino ripercorrerà storia e diffusione dello skating in Italia e arriverà fino all'affermazione della disciplina, riconosciuta dal Coni alle Olimpiadi di Tokyo 2020. 

«Lo skateboard si sviluppa nel 1976 in California, con la grande siccità. Le piscine vuote vengono usate per fare acrobazie. Nello stesso anno a Londra esplode la cultura punk. Le due sottoculture hanno entrambe come tema fondamentale il Do it yourself, ossia fallo da solo». In Italia, lo skating è arrivato nel 1977, grazie a un servizio del programma tv Odeon, e si è fatto subito fenomeno. Cultura, appunto.
«Quando gli skater vagano per la città cercando nuovi luoghi, lo fanno per sperimentare differenti punti e modi per fare acrobazie. Saltare come fanno, dona differenti punti di vista sulla realtà. Gli skater non vogliono fare parte del sistema ma essere comunità. Fare skating non nasce da un bisogno di ribellione ma da un bisogno mistico, biologico di calore umano, d amicizia, di fratellanza, di solidarietà». Il ribaltamento del punto di vista si fa comunque fondamento per la rivoluzione. «In Europa, il giovane viene visto come un individuo che va contro il sistema - conclude D'Agostino - lo skateboard, però, nasce in California, dove non c'è questa cultura dell'antagonismo giovanile, bensì una visione intrisa di spirito zen e buddista, secondo cui l'energia di un individuo è limitata e perciò non va sprecata per distruggere, ma deve essere impegnata per costruire. Si vede in vari ambiti. Un esempio? Steve Jobs e Bill Gates non volevano entrare nel sistema, hanno costruito i loro computer nei garage, e così hanno cambiato il mondo».
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 29 Gennaio 2020, 20:05
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