Praemium Imperiale 2022: per la pittura vince l’italiano Giulio Paolini

Praemium Imperiale 2022: per la pittura vince l’italiano Giulio Paolini

di Sabrina Quartieri

Per la scultura c’è il cinese Ai Weiwei, rinomato per la sua opera antiautoritaria tra arte e attivismo che non conosce tabù e si indigna per quel che accade attorno a sé. Per la pittura, quasi a fare da contrappeso a questo linguaggio, c’è l’italiano Giulio Paolini, artista visivo che ha interrogato l’arte in modo articolato e ampio per una vita intera, traendo ispirazione dai capolavori del passato e dando spazio all’immaginazione, anche attraverso la scultura, il disegno e la fotografia. A loro si aggiungono Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa dello studio SANAA (Giappone) per l’architettura, Krystian Zimerman (Polonia-Svizzera) per la musica, Wim Wenders (Germania) per il teatro-cinema, mentre la Kronberg Academy Foundation vince la Borsa di Studio per Giovani Artisti.

Sono questi i protagonisti del prestigioso Praemium Imperiale 2022, tanto autorevole nel campo artistico, quanto lo sono per la scienza e la letteratura i Premi Nobel. Un riconoscimento istituito in onore del defunto Principe giapponese Takamatsu (1905-1987) che ne era stato Patrono onorario, dalla Japan Art Association - la più antica fondazione culturale del Sol Levante (1887) - in occasione del suo centenario. Grazie al premio, ciascuno dei vincitori riceverà 15 milioni di yen (circa 105mila euro), un diploma e una medaglia, che sarà consegnata nella capitale giapponese dal Principe Hitachi, zio dell’Imperatore e Patrono onorario della Japan Art Association, nella cerimonia che avrà luogo il prossimo 19 ottobre. 

L’atteso annuncio sui nomi dell’edizione 2022 è stato dato in contemporanea a Tokyo, New York, Londra, Parigi e Berlino, stamane a Roma da Lamberto Dini, consigliere internazionale del Praemium Imperiale che, negli anni, ha proposto con continuità la candidatura del genovese Paolini. Il riconoscimento per lui arriva all’età di 81 anni e l’artista commenta la notizia con un fuori programma dettato dal momento: «Desidero ringraziare Dini che ho conosciuto pochi minuti fa e che ha dato prova di essere un’eccezione della classe politica italiana, in quanto sensibile e conoscitore delle cose dell’arte. Vorrei rivolgere un altro pensiero a Jean-Luc Godard, da poco scomparso, un regista che ho amato particolarmente nei primi anni Sessanta e che, esattamente 20 anni fa, nel 2002, aveva ricevuto proprio il Premio imperiale».

Poi arriva l’elogio al volume così elegante che accompagna ogni anno le nomine: «La prima parola della prima pagina è pulchrum, che significa bellezza. Le altre due parole che seguono sono creatio e inspiratio. In una pagina troviamo i tre termini che meriterebbero di essere analizzati e commentati per giorni e giorni ma che mi limito a segnalare come incipit straordinario in questa triade così opportuna», afferma l’artista che, quando parla sembra quasi filosofeggiare con quell’eloquio sempre pertinente unito a una profonda poetica di pensiero. «Sono le tre parole della vita dell’artista, in ogni disciplina, e anche questo mi sembra una luce da segnalare», aggiunge Paolini, descrivendosi come «una persona particolarmente fortunata, perché ho potuto occuparmi fin dai miei 20 anni a questa vocazione».

Il suo primo discorso da vincitore del Premio che, in passato, è stato assegnato a figure illustri come Federico Fellini, Sophia Loren e Michelangelo Pistoletto, si conclude con un ringraziamento a chi ne è promotore e a tutti i consiglieri internazionali. «Come Dini, che mi ha raggiunto per telefono su questa notizia proprio mentre inauguravo una mostra nella sua città, Firenze». Non sono mancate le congratulazioni agli altri colleghi nominati, con una parola in più spesa per Wenders, definito «altro mio illuminante modello». Paolini lascia Roma con un premio ma presto tornerà. Sta infatti lavorando a una mostra personale all’Accademia nazionale di San Luca. Un progetto nato per interrogarsi sul tema – tanto caro all’artista – dell’accademia stessa: «Quasi un termine archeologico, che però non è sepolto e, come in tutti i resti archeologici, va riconosciuto e ridiscusso. Perché secondo me c’è una potenzialità diversa, che può rigenerarsi in questo mondo contemporaneo dell’arte, trovando nuove regole». 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 15 Settembre 2022, 17:59
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