Claudia Di Meo, la giornalista diventata chef: «I miei piatti per Tom Cruise e i reali»
di Totò Rizzo

Claudia Di Meo, la giornalista diventata chef: «I miei piatti per Tom Cruise e i reali»

«Nostalgia del giornalismo? In tutta onestà, no. Il piatto è come lo schermo del computer, devi riempirlo con la tua creatività».
Claudia Di Meo, 48 anni, umbra di Foligno, ha fatto per vent'anni la cronista musicale. Dai festival di Sanremo alle rassegne rock, tra carta stampata e web. Poi, nel 2010, ha cambiato rotta: «Precarietà per precarietà, ho messo in atto il piano B, ho dato voce alla passione parallela: la cucina».

Ha fatto i bagagli e via, a Londra. Il primo dicembre inaugura con altri chef The Wild Tavern a Chelsea: «Stiamo mettendo a punto dettagli del menù». Ma il cammino, in questi dieci anni, è stato faticoso, anche se fortunato.
Figlia d'arte nella sua prima vita (il padre, Roberto, è stato tra i responsabili delle pagine umbre de La Nazione), la seconda l'ha affrontata forte delle lezioni delle due nonne, Lina, folignate, e Italia, molisana di Termoli: «Con due cuoche come loro, non puoi proprio sottrarti: tra sfoglie di pasta all'uovo tirate in casa, piccioni ripieni, zuppe di cicerchia, la cucina ti entra nel sangue
».

Arrivata a Londra, fa quello che all'inizio fanno tutti: lava i piatti. «C'è voluto qualche mese solo per passare a sciacquare le insalate». Arriva il primo treno su cui salire al volo: si chiama The Ivy, ristorante del West End, tra i primi 30 al mondo. «Gary Lee, lo chef, che considero il mio maestro, mi disse: Tranquilla, distruggerò tutto quello che sai, scoprirai un'altra Claudia ai fornelli. È stata durissima ma entusiasmante. Per un paio d'anni ho cucinato piatti di tutti i continenti - caratteristica dell'Ivy - ho servito Di Caprio, Tom Cruise, Matt Damon, Glenn Close».

Colta da mal d'Italia torna per qualche tempo e lavora nel catering. Ma non va. Perché? «Qui non c'è condivisione, troppe gelosie, troppe fazioni. E ancora qualche pregiudizio se sei donna e non più giovanissima. Nel nostro vocabolario manca poi una parola: meritocrazia. In Inghilterra nessuno mi ha mai chiesto da dove vieni, chi ti manda, chi ti ha segnalato».

Intanto alcuni amici la iscrivono, a sua insaputa, a Masterchef The Professional UK, 48 chef che si sfidano davanti alle telecamere della BBC. Ci va quasi di malavoglia («un'ora di tv non può raccontare la tua storia») ma arriva in semifinale. È grazie a quella popolarità se passa il secondo treno da acchiappare: la porta direttamente a Wimbledon, tra i fornelli del più ricco ed esclusivo club privato al mondo, frequentato anche dalla famiglia reale. «Un'esperienza pazzesca stavolta anche sotto il profilo gestionale: lì, da settembre a maggio si organizzano le 49 cucine per i 400 chef che, durante le due settimane del torneo di tennis, daranno da mangiare a 60mila persone ogni giorno, un menù diverso per ogni cucina».

Adesso la nuova sfida si chiama The Wild Tavern: sembra un nome poco sofisticato, spartano: «Il futuro dice Claudia è in una trattoria di rango, che torni a gusti più semplici: un piatto gourmet da ristorante stellato darà anche le sue soddisfazioni ma non puoi sempre trovarti con dieci sapori diversi in bocca».
riproduzione riservata ®
Lunedì 25 Novembre 2019, 05:01
© RIPRODUZIONE RISERVATA