Tony Lo Coco, lo chef: «Sono un autodidatta che cucina col cuore»
di Rita Vecchio

Tony Lo Coco, lo chef: «Sono un autodidatta che cucina col cuore»

Se vuoi, puoi. È il motto del siciliano Tony Lo Coco. Lo chef stellato de I Pupi di Bagheria ha messo insieme testardaggine, bravura e curiosità, e ne ha fatto gli ingredienti principali della sua vita. Ha cucinato per Bill Gates e Sean Penn, per il Dalai Lama e il principe Harry. Da poco si è cimentato in Unetto, il locale dei panini gourmet che portano il nome degli chef (come Heinz Beck, Norbert Niederkofler). «Non nasco cuoco: sono uno anomalo», dice.
E com'è scoprire di avere una passione da grandi?
«Non semplice. Perché di fatto rivoluzioni la tua vita. Fuochi e fornelli - da buon palermitano che mangia come se dovesse morire domani (ride, ndr) - mi sono sempre piaciuti. Ma inizialmente facevo il vetraio, seguendo le orme di mio padre. Un giorno ho capito che non era la mia strada. Ho conosciuto mia moglie Laura, figlia di pasticceri e con lei ho scoperto i laboratori. Ho smesso di lavorare il vetro, mi sono prima cimentato nella banchettistica, e poi nel mio primo ristorante. Ma ci ho messo poco per capire che il mio ruolo lì non era quello di proprietario».
Ma di cuoco.
«Esatto. E con una voglia matta di imparare. Sono un autodidatta. Non ho avuto maestri. Ma sono un testone: se mi metto in testa una cosa, faccio di tutto per raggiungerla. La mia cucina è frutto di testardaggine».
Suo padre accettò?
«Mi lasciò libero. Non era felicissimo, ma era fiero di me».
La sua prima volta in cucina?
«Un Natale, a casa dei miei. Mia madre come regalo mi lasciò preparare il primo: fettuccine con funghi e ragù di maiale. Ero poco più che adolescente e attorno a me i parenti che ridevano pensando di rimanere digiuni. E invece la fortuna del principiante mi baciò, e la mia pasta piacque».
Come definisce la sua cucina?
«Istintiva e di cuore. Piena di idee che nascono per caso».
Un pregiudizio che ha abbattuto?
«Le critiche di essere autodidatta. Ma me ne frego».
Momenti belli e momenti brutti?
«Quello più bello quando ho preso la stella. Ho pianto di gioia perché si realizzava un sogno: io che vedevo gli stellati come divinità. Momenti difficili? Tanti. All'inizio è stata dura. Un sabato mi ritrovai con zero coperti: una sensazione bruttissima. Mi chiesi se stavo sbagliando e se magari non sarebbe stato meglio aprire una trattoria. Ero con l'acqua alla gola, facevo il cuoco e - non mi vergogno di dirlo - per arrotondare facevo contemporaneamente il fattorino. Fu l'abbraccio di mia moglie a non farmi cambiare strada. Ed è quello che ancora oggi mi fa rimanere qui in Sicilia, in una terra che resta difficile.
Un'esperienza che non ha ancora fatto?
«Cucinare per il Papa. È il mio sogno».

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Venerdì 1 Marzo 2019, 05:01
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