Monte Velino, l'esperto: «Gli escursionisti traditi dalla grande voglia di montagna dopo il lockdown»
di Stefano Ardito

Monte Velino, l'esperto: «Gli escursionisti traditi dalla grande voglia di montagna dopo il lockdown»

L’Appennino, d’inverno, può uccidere anche chi percorre degli itinerari facili. Il dramma dei quattro escursionisti in Valle Majelama, nel massiccio del Velino, lo dimostra purtroppo ancora una volta. Un anno fa, i numerosi incidenti mortali avvenuti sui pendii del Gran Sasso, della Majella e del Terminillo hanno ricordato che quando la neve si trasforma in ghiaccio non basta avere con sé la piccozza e i ramponi, ma bisogna saperli utilizzare con perizia.

Quest’anno le condizioni della montagna sono opposte. Ma le nevicate abbondanti, seguite da sbalzi repentini del clima, hanno creato le condizioni propizie per il distacco di grandi (e a volte enormi) valanghe. Complica ulteriormente le cose la grande voglia di montagna accumulata da migliaia di appassionati durante i lockdown di Natale e di Capodanno, e negli altri periodi in cui gli spostamenti verso i sentieri, i campi di neve e le vette sono stati limitati. Non sappiamo se questo meccanismo abbia influito su quel che è accaduto in Valle Majelama l’altro ieri. Ma nelle scorse settimane, sulle Alpi, molti incidenti capitati a scialpinisti o a escursionisti con o senza ciaspole sono stati causati da una “voglia di andare” eccessiva, e che ha fatto accantonare la prudenza.

«L’incidente avvenuto ai piedi del Velino mi causa un enorme dolore, ma impone a tutti noi di riflettere» spiega la guida alpina Giampiero Di Federico. «L’Appennino d’inverno è severo, ed è completamente diverso da quello estivo. Ci vogliono consapevolezza, preparazione, attenzione alle condizioni meteo e della montagna». «Conoscere e frequentare la montagna in estate non basta per poterlo fare con sicurezza anche d’inverno. La moda delle ciaspole, e delle passeggiate sulla neve senza sci, spinge molti verso una confidenza eccessiva» aggiunge Daniele Perilli, responsabile per l’Abruzzo del Corno Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

Nei giorni scorsi, la tanta neve caduta sul Velino, sulla Magnola e sulle cime vicine è stata trasformata dal caldo, e a quote basse anche dalla pioggia. Poi è tornato il gelo, ha nevicato di nuovo, e il vento forte ha creato accanto alle creste delle cornici di neve instabile, e pronte a staccarsi creando delle rovinose valanghe. «Gli appassionati di montagna peccano spesso di consumismo. Partono dall’attrezzatura, che vogliono performante ed elegante, e per cui spesso spendono molti soldi. Ma scarponi, ramponi o ciaspole di ottima qualità non servono a nulla se non si sa come e quando utilizzarli» aggiunge la guida Di Federico.

Per affrontare vette e valli in sicurezza anche d'inverno, la ricetta è sempre la stessa. Si può partecipare a un corso di escursionismo su neve e ghiaccio organizzato dal Club Alpino Italiano, che è presente con decine di sezioni in Abruzzo e nelle regioni vicine. In alternativa, per scoprire in sicurezza la neve e il ghiaccio, ci si può far accompagnare da una delle guide alpine dell’Abruzzo. Molti di questi professionisti, da qualche anno, organizzano corsi di introduzione alle tecniche di progressione e di sicurezza sulla neve.

A chi sceglie di fare da sé, bisogna ricordare ancora una volta le regole di base. Quando la neve è ghiacciata, anche sui pendii che possono sembrare semplici, come quello tra l’Albergo di Campo Imperatore e il rifugio Duca degli Abruzzi, bisogna usare (e bene) la piccozza e i ramponi. Quando la neve è abbondante e instabile, si può andare a camminare con le ciaspole o gli sci sugli altopiani e nei boschi, che abbondano in tutti i massicci dell’Appennino, evitando le valli strette e con i fianchi ripidi dove si può restare vittime di slavine. In alternativa si può camminare più in basso, sotto ai mille metri di quota, dove il terreno resta simile a quello estivo. Ma non è sempre così. Tre anni fa, a febbraio del 2018, una gigantesca valanga si è staccata dal versante meridionale del Velino, ha traversato i boschi e il sentiero di Colle Pelato, e si è fermata a circa 700 metri di quota. I suoi detriti, e il solco scavato nella vegetazione, sono rimasti visibili per settimane dalla A25.


Ultimo aggiornamento: Martedì 26 Gennaio 2021, 11:18
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