ZeroSettanta atto secondo, il cantante contro la moda della canzoni che nascono sul web «La musica non si fa tra quattro mura davanti ad un pc»

«Zerosettanta», atto secondo. Esce oggi, 30 ottobre, a un mese esatto dal primo volume, il capitolo numero 2 del trittico che Renato Zero s’è regalato per il suo compleanno a cifra tonda, celebrato per l’appunto un mese fa nel giorno genetliaco con il debutto del primo album e rinnovato a cadenza mensile fino ad arrivare al terzo ed ultimo cd previsto per il 30 novembre. Bella scommessa, per citare il titolo di una delle canzoni di questo secondo lavoro, non foss’altro perché, rifuggendo dall’autocelebrazione, dal monumento equestre, dalla vanità enciclopedica che un artista con quasi mezzo secolo di storia potrebbe permettersi mandando alle stampe un bel cofanetto di vecchi successi magari riarrangiati, Zero ha sfornato 40, dicansi 40, inediti, 14 dei quali nel menù di questa second part. Di tutto e di più, sul versante musicale e degli argomenti: dalla ritmica sostenuta del rock che trascolora nel pop al grande respiro sinfonico della melodia, dai temi esistenziali alla trasgressione, dalla politica all’identità dell’artista nel suo rapporto col pubblico. What else?

 

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Zero, sembra quasi un promemoria ad uso personale e dei fan, un catalogo di tutto ciò che ha scritto e cantato dagli anni ’70 ad oggi.
«Verissimo, solo che me ne sono accorto via via che i brani entravano nei tre dischi, era come ripercorrere a ritroso tutta la mia carriera, dal rock degli inizi al pop degli anni successivi, alla melodia, senza volerlo è diventato un racconto. Certo, poi ho mischiato le carte cercando di mettere in ogni album cose diverse fra loro, di non essere monocorde, altrimenti avrei rischiato il coma».

 

Dovesse immaginarlo in scena, è ipotizzabile un concerto fatto solo di questi 40 inediti?
«Non mi sembra un’idea per niente scandalosa, e per due motivi. Il primo: il repertorio è vastissimo, il mio pubblico lo ama però ormai si è consumato. Il secondo: questo lavoro ha una qualità tale da meritarsi assolutamente un live. Magari il juke-box del repertorio potrei affidarlo ad amici ospiti…»

 

Chi, per esempio?
«Mah, i colleghi con cui ho già duettato: penso a Ranieri, D’Alessio, Bocelli, Mario Biondi – per il quale sto scrivendo qualcosa perché anche quando canta in italiano è comunque una forza. Tra le donne, la Bertè, la Mannoia, Tosca che è straordinaria e in certi momenti mi trasmette le emozioni che mi dava Mimì»

 

Vi siete fatti gli auguri a vicenda per i 70 anni con la Bertè?
«No, non credo ce ne fosse bisogno, tra noi. Ci siamo detti tutto, io e Loredana in questi lunghi anni, abbiamo anche preso strade diverse»

 

Tutti colleghi navigati quelli citati, non c’è nessun giovane: sempre polemico con le nuove leve che in «Troppi cantanti pochi contanti» sono messe in berlina tra ironia e sarcasmo?
«Io non vorrei alimentare ancora ’sta storia che Zero ce l’ha con i rapper. La musica è musica, ciascuno fa il proprio lavoro, ho rispetto per chiunque si affacci e sperimenti: è la salute della musica, piuttosto, che deve starci a cuore, la musica va tutelata, non è una sfida tra generi. Quello che mi terrorizza, in gran parte di ciò che sento, è il copia-e-incolla, il loop, la metrica. Mi piacerebbe per esempio vedere un giovane rapper alle prese con una mia scrittura, tutti i confronti sono stimolanti».

 

Intanto ieri sera hanno preso il via i “live” di «X Factor», Amadeus per Sanremo Giovani è stato sepolto da oltre 900 di iscrizioni. C’è voglia di raccontarsi in musica, di cantare…
«Una voglia legittima che il lockdown ha acuito, come se dopo la chiusura i ragazzi volessero gridare “io ci sono, io esisto”. Però dobbiamo salvaguardare la loro integrità, bruciarsi è un grosso rischio, ne ho visti tanti osannati e poi dimenticati. Non si può far credere loro “cantiamo tutti perché la vita è bella”: così giustifichiamo anche chi canta sotto la doccia. Questo mestiere è sacrificio, è ricerca, è mettersi alla prova di continuo: all’inizio bisogna chiedersi con onestà “sono pronto, oggi, per questo microfono, per questo palco?” e con la stessa onestà magari rispondersi “no, oggi no, ci lavoro ancora su e forse domani sarò pronto”. Purtroppo a molti ragazzi chiedono subito “vuoi fare un disco?”: sono inviti subdoli, servono a ingrassare i palinsesti delle tv»

Troppa musica che nasce nella stanzetta e viene poi postata su Youtube?
«Sì, la musica non si fa da soli tra le quattro mura di casa davanti ad un pc. La musica è incontro, è scambio di idee, la musica è insieme. Questi tre dischi sono nati dalla collaborazione di produttori-musicisti come Phil Palmer, Alan Clark, Adriano Pennino, Demo Morselli, hanno riunito in sala d’incisione quelle che si chiamano “eccellenze”, dalla tromba di Fabrizio  Bosso all’armonica di Gianluca Littera, alla chitarra di Adriano Martino, hanno richiamato in pista artisti come Dario Baldan Bembo e Neri per Caso»

 

Uno dei brani, «Grandi momenti», si chiude con una citazione di «Let it be» e non per nulla è una canzone sulla nostalgia.
«I Beatles sono stati il nostro nutrimento, ci hanno aperto universi nuovi. E non solo loro: penso a John Mayall, Jimi Henrix, Aretha Franklin, Brian Auger. Ma tutta la musica degli anni ’60, ’70 e ’80 è ancora un’eredità formidabile, un patrimonio con il quale campiamo tutt’oggi. Ogni tanto vado da Feltrinelli e vedo ragazzi di vent’anni o poco più che cercano curiosi tra i vinili qualche album storico: sono momenti in cui mi si apre il cuore»

 

Finiamo parlando di testi. Sesso. «In manette l’astinenza» sembra lanci quasi il segnale d’allarme di un nuovo moralismo, di un ritorno a un pensiero beghino, a un mondo bigotto.
«Si sono conquistati diritti sui quali non si può fare marcia indietro. La paura più grande è la perdita dell’esercizio della libertà. Ogni scelta individuale, fatta nel rispetto degli altri, va tutelata, democraticamente. Vedo invece nuovi tentativi di classificare, ghettizzare, condannare o assolvere secondo pregiudizi»

 

In questo disco c’è anche una ninna-nanna di nonno Renato per le sue nipotine, Virginia e Ada. I bambini assieme agli anziani sono i soggetti più penalizzati da questa pandemia.
«La clausura alla quale sono costretti ha privato i bambini della spensieratezza, del gioco e gli anziani della serenità, dell’accudimento: i diritti più importanti sui quali si fondano le loro età. E, a vicenda, ha privato nonni e nipoti di un abbraccio. Se penso al ritorno alla normalità, una volta che ne usciremo vivi, immagino proprio questo: un abbraccio, magari davanti a un tramonto».

 

Photo Credits: Roberto Rocco

 

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