Gemelline scomparse: fagotto nel Tevere, scattano le ricerche ma è un falso allarme

Un'immagine ripresa dalla telecamera dell'elicottero della polizia di Stato, che da giovedì scorso sorvola il Tevere, fino alla foce per aiutare i sommozzatori nelle ricerche dei cadaveri di Sara e Benedetta Di Pasquo le due sorelle gemelle gettate nel fiume dalla madre poco prima di suicidarsi, che sembrava un fagotto bianco lungo una settantina di centimetri ha fatto convergere i battelli ed i gommoni dei vigili del fuoco verso il punto dell' avvistamento. Subacquei e operatori della protezione civile, dopo i controlli hanno accertato che si trattava di rifiuti. Continuano intanto ininterrottamente le ricerche delle due bambine dopo che il corpo di Giuseppina Orlando è stato recuperato poche ore dopo la tragedia che forse si poteva evitare.

Mamma Pina Orlando suicida, le due gemelline erano nate con gravi malformazioni: una era cieca

Leggo ha intervistato in esclusiva la dottoressa Laura Volpini, docente di psicologia sociale forense presso l’Università degli studi di Roma, Unitelma-Sapienza, psicoterapeuta e responsabile del gruppo di interesse speciale di psicologia della riproduzione assistita e della genitorialità, della società scientifica S.I.R.U.(società italiana di riproduzione umana). 

 Dottoressa Volpini il dramma che è accaduto giovedì scorso si poteva evitare?
«Commento con molta amarezza il dramma che ha interessato la nostra città. E' una situazione che forse si poteva prevedere e prevenire.Il suicidio in questi casi può essere il segno di un’ autopunizione estrema, il messaggio più forte del senso di in fallimento profondo, per aver generato delle figlie non sane, di cui una addirittura morta dopo la nascita.  Durante il percorso di “PMA”, ovvero di fecondazione assistita, si raccomandano in genere i centri di seguire a livello psicologico le donne e la coppia anche dopo l’instaurarsi della gravidanza. Anche l’ospedale dove la donna partorisce dovrebbe seguire il decorso psicologico ed emotivo della madre e dei genitori almeno nel periodo successivo al parto. Non sappiamo se ciò sia stato fatto, non sappiamo se Giuseppina stava seguendo una cura psico-farmacologica o avesse chiesto aiuto a qualcuno».

Cosa può essere successo quella maledetta mattina nella mente di Giuseppina Orlando? 
«Una donna che cerca un aiuto medico per avere una gravidanza, più delle altre, non può concepire che il nascituro avrà dei problemi e che non sarà il figlio tanto atteso, sperato e sognato. Giuseppina Orlando, deve aver accettato innanzitutto che a soli 38 anni c’erano difficoltà di concepimento, ma evidentemente era riuscita a superare quel senso di impotenza e di fallimento che ha una donna e una coppia quando riceve una diagnosi di infertilità.
La nascita prematura e la morte di una delle tre gemelline, oltre all’handicap delle sopravvissute, che avrebbe dovuto gestire tutta la vita, unite forse ad una depressione post-partum non superata, possono aver costituito un corto circuito nella mente di Giuseppina, che l’ha portata a prendere una decisione irreparabile».

La patologia che viene definità depressione “post partum” quanto tempo dura? 
«Generalmente ha una durata che può arrivare mediamente al terzo mese dopo il parto. In questo caso la situazione forse era più complessa.  Giuseppina Orlando come tutte le madri che svolgono un percorso di  di fecondazione assistita, voleva fortemente una gravidanza, non si era giustamente accontenta del fatto che con il marito, non poteva concepire senza un aiuto medico. Non sappiamo se la gravidanza era sopravvenuta dopo il primo tentativo o se aveva dovuto subire dei fallimenti, da cui si era tenacemente risollevata per tentare ancora una volta e sperare di veder realizzato il suo sogno di madre. In questi casi, mentre si cerca di capire perché non si riesce ad avere figli, mentre si fa un trattamento e poi magari un altro e poi un terzo, inquesto lungo tempo di attesa, la fantasia di un figlio immaginato, ideale, diviene sempre più potente».

 

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