Covid, la situazione degli ospedali in Campania e in Calabria: allarme per malati di cuore e tumore

Per monitorare l'onda del contagio e la capacità del sistema di rispondere ai pazienti Covid, e a quelli non Covid, bisogna misurare la disponibilità alla continuità assistenziale degli ospedali. Al Sud, Campania e Calabria stanno mostrando difficoltà importanti. Inevitabile, ad esempio, la conversione di alcuni reparti in reparti covid. Fondamentale, inoltre, cercare nuovi spazi. Quando nello scenario 4 schematizzato dall'Istituto superiore di sanità, il più grave, quello a cui si sta avvicinando l'Italia, si parla di impossibilità di curare e continuare a curare i pazienti più fragili si intende proprio questo. Le conseguenze sono un'impennata di patologie non Covid che rimarrebbero senza diagnosi e cura. Un esempio? La malattia cardiologica e il cancro.

 

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IN CAMPANIA Qui, la domanda di posti letto cresce in maniera esponenziale. «Stiamo aprendo tutte le linee di assistenza per dare il servizio a tutti i cittadini. Stiamo cominciando ad ampliare l'offerta aprendo a convenzioni sul covid con gli ospedali privati accreditati e gli ospedali religiosi». Lo afferma all'Ansa Antonio Postiglione, capo dell'equipe medica dell'Unità di Crisi per il covid19 della Regione Campania. «Abbiamo già provveduto - spiega - ad allargare l'offerta con la sospensione dell'elezione, ma ora siano nella fase 3 a livello nazionale e quindi estendiamo la richiesta di collaborazione sui posti letto, sempre nelle more di misure maggiormente restrittive nell'ambito del distanziamento sociale». Le prime riunioni con le strutture private convenzionate sono già in corso, mentre per gli ospedali religiosi saranno coinvolti con posti letto covid gli ospedali Fatebenefratelli di Napoli e Benevento, la Villa Betania e il Camilliani di Casoria (Napoli)

Ma è soprattutto il Casertao, oggi, a lanciare veri e propri sos, con il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, che parla di «contagi fuori controllo» ed invita «a fare presto se non vogliamo iniziare a celebrare i funerali di chi non ce la farà» e con un commissariato, ad Aversa, che chiude per troppi positivi.

 

A Caserta, per dire, è sceso in campo l'Esercito con la Brigata Garibaldi che ha allestito una postazione drive-in per eseguire i tamponi ai residenti all'esterno della propria caserma. È poi il laboratorio mobile, sistemato all'interno della caserma, a processare il tampone e a rendere noto l'esito all'Asl, che a sua volta lo comunica al diretto interessato.

 

«Il ministro Speranza mi ha comunicato che si sarebbe attivato immediatamente per farci avere nel giro di pochi giorni un focus analitico sulla situazione delle nostre città, che noi sindaci saremo informati in maniera analitica di tutti i dati in possesso del ministero e che ogni decisione sarà presa insieme», spiega il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, in merito ad una paventata ipotesi di lockdown per la sua città avanzata da Walter Ricciardi, consulente del ministro.

 

IN CALABRIA In Calabria si fermano i ricoveri e le attività ambulatoriali non urgenti. Il presidente facente funzione della Regione Calabria, Nino Spirlì, ha firmato un'ordinanza che dispone dal 31 ottobre 2020 a tutto il 24 novembre «la sospensione, all'interno delle strutture ospedaliere pubbliche, delle attività ambulatoriali per prestazioni specialistiche con classe di priorità D (Differibile) e P (Programmata). Sono fatte salve le prestazioni ambulatoriali recanti motivazioni d'urgenza, nonché quelle di dialisi, di Pet/Tc, di radioterapia e quelle oncologiche-chemioterapiche, le prestazioni relative alla gravidanza a rischio e/o a termine ed i follow up non differibili. Sono fatti salvi, altresì, gli screening oncologici all'interno dei programmi organizzati, le prestazioni di ostetricia e ginecologia riportate in allegato 1 all'ordinanza 29/2020, gli esami, le visite ed ogni altra prestazione connessa alla procreazione, alla nascita e alla diagnosi prenatale e al parto, le visite cardiologiche, le sedute di vaccinazione, le donazioni di sangue».

Le conseguenze è che si cominciano a chiudere e riconvertire in reparti Covid anche reparti di altre specialità, come le Cardiologie, con conseguenze serie che ricadono dunque sui pazienti con altre patologie. «Abbiamo un grave problema di affollamento degli ospedali», ha infatti detto oggi il Commissario Arcuri. La situazione sta diventando particolarmente allarmante proprio nei reparti di cardiologia. E la Società italiana di cardiologia (Sic) lancia l'allarme: «La sospensione degli ambulatori cardiologici, dei reparti e delle unità di terapia intensiva coronarica (Utic) dovuta al Covid rischia di avere conseguenze catastrofiche, con un aumento della mortalità dei pazienti cardiologici già dal prossimo mese».

 

 «In alcune regioni, soprattutto al Sud, gli ambulatori cardiologici sono stati chiusi e i reparti di cardiologia svuotati perché è in aumento il numero del personale sanitario contagiato o perchè molti reparti cardiologici sono stati convertiti in reparti Covid-19», afferma il presidente Sic Ciro Indolfi. Durante la prima ondata, la pandemia aveva provocato la riduzione di oltre il 50% dei ricoveri cardiologici - secondo i dati della Sic - accompagnata da un aumento di tre volte della mortalità ospedaliera.

 

«In questo scenario - spiega Indolfi - se i numeri dei contagiati aumenteranno ulteriormente, è prevedibile un impatto della pandemia sulle malattie cardiovascolari ancora maggiore rispetto allo scorso marzo. Infatti, il rinvio di visite, controlli e ricoveri per interventi di angioplastica coronarica e di altre procedure elettive, sommandosi ad arretrati difficili da smaltire, rischia già dal prossimo mese di portare ad un aumento della mortalità e della disabilità superiore a quello della prima ondata, a cui si aggiunge un rischio due volte maggiore di non sopravvivere al virus per chi soffre di malattie cardiovascolari».

Forte preoccupazione arriva anche dagli oncologi che evidenziano un'altra forte criticità, ovvero l'integrazione con la medicina del territorio. Questo punto, rileva il presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) Giordano Beretta, «è quello risultato più deficitario durante la prima ondata della pandemia, perché troppi pazienti non sono più andati in ospedale per paura del contagio. Al tempo stesso, però non sono stati assistiti adeguatamente a livello territoriale. In questi mesi, è stato perso tempo prezioso e non vi sono stati significativi passi in avanti per migliorare l'integrazione fra ospedale e territorio».

 

Da qui la necessità di attuare le Reti oncologiche sul territorio e di far ripartire gli screening per la prevenzione: «In alcune Regioni sono ancora bloccati perché il personale che dovrebbe far partire gli inviti è impegnato nell'emergenza Covid». Anche per l'oncologia, conclude Beretta, «siamo di fronte a ritardi preoccupanti, che possono determinare diagnosi in fase più avanzata nei prossimi mesi». 

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