MUHAMMAD ALÌ COMPIE 70 ANNI. IL MITO
DELLA BOXE SFIDÒ GLI USA PER IL VIETNAM
ROMA - «Dicono ai bambini che Gesù era bianco, così come gli apostoli e gli angeli. Il posto in cui vive il presidente si chiama Casa Bianca. Perfino Tarzan è bianco. Ma come? Bianco uno nato e cresciuto nella giungla?». Dire queste cose oggi che nella Grande Casa di Washington c’è il fratello Obama, non fa notizia. Cinquant’anni fa era diverso. Anche Muhammad Alì. Si chiamava Cassius Clay e si affacciava al mondo dal Palazzo dello Sport di Roma, quello che ora chiamano Palalottomatica. Clay vinse qui le Olimpiadi, il titolo dei mediomassimi, e corse verso il professionismo, perché danzando come una farfalla e pungendo come un’ape non c’era peso massimo che ne avrebbe potuto contrastare il destino.
Il titolo di campione del mondo l’aveva scritto sulla pelle, nera come quella di Joe Luis, il bombardiere nero. Ma tolto il paradenti, Clay era diverso da ogni pugilatore. Parlava di vita, di diritti. E così tutta la sua storia ha avuto un percorso parallelo allo sport. Peraltro, mentre Clay si avviava verso il mito, esplodeva la televisione in tutto il mondo, quindi non era lo sportivo da leggere nei giornali, ma da vedere, da ascoltare. Aveva un’immagine da vendere. Una bella immagine. Pulita.
Nell’America dove non c’era foglia che si potesse muovere senza i poteri forti delle scommesse, Clay conquistò il titolo mondiale battendo Sonny Liston, un nero costretto ad andarsene ko al primo buffetto. Altrimenti sarebbe stato un pasto ancora pesante per quel ragazzotto. Sono ancora in circolazione le foto: Clay incredulo, Sonny ridicolo sul tappeto. Non poteva bastare a quel Clay. Gli americani volevano farne un secondo Elvis Presley, vestirlo militare per sponsorizzare la guerra del Vietnam. Elvis, indossata la divisa, finì per essere la caricatura di se stesso, trasportando quella divisa anche in una serie di film di terza categoria e «morì a quarant’anni vittima dei suoi cortigiani», come disse John Lennon. Clay invece disse di no. Diventò Muhammad Alì, si convertì all’Islam e cominciò una seconda vita «contro».
L’America bianca reagì sprezzante. Fu detronizzato, allontanato dalla boxe, fu privato del suo diritto e, probabilmente, anche la carriera pugilistica ne risentì perché non sapremo mai che cosa avrebbe potuto fare senza quello stop. Tornando a combattere, nel 1971 fu sconfitto ai punti da Joe Frazier, subendo anche un knock down. Non era finito, era arrugginito e di fronte a un campione così grande pagò la lunga inattività. Si riprese tutto quello che la boxe e il talento gli dovevano. Ma questo è scritto sugli annuari. Disputò altri match indimenticabili, come quello di Kinshasa (Zaire, 30 ottobre 1974) quando travolse il colosso George Foreman, prima a parole, poi sul ring. Perché fu Alì a trasformare la vigilia di un match in un evento. Fu lui a creare sfide da milioni di dollari in mondovisione. Alì ha combattuto più del dovuto. Appesantito, triste recita di se stesso, ha cercato il ring fino al 1981: ma cedendo a Trevor Berbick, capì anche lui che al mondo di eterno può esserci soltanto la lotta per i diritti umani.
Oggi Alì ha settant’anni e da una trentina trema. Non per paura, perché non ne ha mai avuta sul ring o nella vita, che ha picchiato più di ogni avversario per farla somigliare a qualcosa che sognava. Trema per il Parkinson, che non c’entra con la boxe, con le migliaia di pugni che ha preso in faccia e gli hanno contato attraverso i computer.
S’è ammalato perché chi vive s’ammala. Alì ha vissuto. Ha avuto quattro mogli e 9 figli (due maschi). Dal 1986 è sposato con Yolanda Lonnie Alì che conosceva da tempo essendo figli di amici di famiglia. Vivono in un ranch a Berrien Springs, nel Michigan, Lonnie gli organizza la vita, gli fa da segretaria e da voce. Non ha più una gran voce, Alì. Ha uno sguardo strano. E non danza come una farfalla. Non è più il campione dei massimi, ma per molti è sempre il massimo dei campioni.

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