Robert Wilson dirige i giovani della Silvio d'Amico, al Festival di Spoleto il suo "Hamletmachine"
di Silvia Natella

Robert Wilson dirige i giovani della Silvio d'Amico, al Festival di Spoleto il suo "Hamletmachine"

Il mondo che Robert Wilson porta al Festival di Spoleto, per l’edizione che celebra i sessant’anni, è una successione di volti, movimenti tecnicamente perfetti, colori ed effetti visivi di forte impatto. Trentuno anni dopo la prima rappresentazione alla New York University il regista americano, tra i più grandi, rimette in scena “Hamletmachine”, di Heiner Müller, con gli allievi attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. 


E se per Wilson la realtà è “una biblioteca” piena di informazioni a cui il teatro può attingere, per il pubblico dello spettacolo (in replica fino al 16 luglio al Chiostro di San Nicolò) “Hamletmachine” è una pinacoteca in cui personaggi quasi dipinti sembrano uscire dalle tele e dalle coscienze per appropriarsi del palcoscenico. 

La rappresentazione però non riempie solo gli occhi, ma coinvolge anche l’udito come con l’urlo soffocato di una donna dalla chioma polverosa, con le testate incessanti su un tavolo e i colpi di mitra in lontananza, ma soprattutto quando con un segnale ossessivo la scena prende il via e si ripete ruotando su se stessa e offrendo prospettive diverse. Due legnetti sbattono l’uno contro l’altro e innescano il motore dell’azione quasi come l’ingranaggio di una macchina. Meccanici i gesti, plastici i quadri e precisi e rigorosi i quindici giovani talenti dell’Accademia. Si è catapultati in una fiaba o in un’allucinazione e poi di colpo davanti alla frenesia anni Cinquanta. Gli stessi attori sono trasformati in automi dal vago richiamo pubblicitario, come nelle immagini americane di quegli anni. 



Luci prevalentemente blu, un albero dai rami secchi e sinuosi, i sorrisi felliniani e gli occhi che potrebbero appartenere alle creature nate dalla fantasia di Tim Burton: tutto è parte di un rituale magico che si dispiega, si decostruisce e si ricompone. Un’atmosfera a tratti glaciale restituita da una rappresentazione che si dilata nel tempo e nello spazio, ma al di là di ogni logica però c’è un mondo che ha perso i riferimenti e un Amleto che “non recita più una parte e non dice più niente”. 

La pièce è stata scritta ai tempi della cortina di ferro e si materializza come un lungo viaggio nell’orrore. Scritto nel 1977 da Müller, drammaturgo esplosivo che meglio di tutti ha descritto l’ultimo passaggio del secolo, prende le distanze da Shakespeare e si ispira all’insurrezione ungherese, reazione all’ennesimo episodio di giustizia sommaria di stampo stalinista. Un testo drammatico, esemplare nell’espressionismo tedesco, che sancisce lo svuotamento del mondo contemporaneo e il declino di uno dei simboli della cultura occidentale, Amleto. La sua figura trascina nel lento morire tutte le altre, da Ofelia a Gertrude, mentre un soldato con baffi sottili e sguardo sprezzante fissa il pubblico e un atleta si immobilizza a metà della corsa mantenendosi in equilibrio su una gamba sola. 

Nonostante la storia sia inesistente e i protagonisti non abbiano uno sviluppo lineare, è impossibile distogliere gli occhi dalla scena e da questo minuzioso, impeccabile, confezionato allestimento per un teatro che non vuole dare risposte. 


Sul palco gli allievi del terzo anno. Liliana Bottone, Grazia Capraro, Irene Ciani, Gabriele Cicirello, Renato Civello, Francesco Cotroneo, Angelo Galdi, Alice Generali, Adalgisa Manfrida, Paolo Marconi, Eugenio Mastrandrea, Michele Ragno, Camilla Tagliaferri, Luca Vassos, Barbara Venturato. Un progetto che fa parte della neonata "Compagnia dell’Accademia" della Silvio d'Amico, che qui a Spoleto, per il nono anno consecutivo, ha portato i migliori saggi della stagione. In chiusura del Festival è prevista anche una nuova replica dello spettacolo “Un Ricordo di Inverno”, di Lorenzo Collalti, (Teatrino delle 6), oltre all’ultima di “Hamletmachine”.

“Ho voluto fortemente - spiega il direttore artistico del Festival dei Due Mondi di Spoleto Giorgio Ferrara - che questo grande artista, il più grande regista del mondo, dirigesse per la prima volta gli allievi dell’Accademia, che sono il futuro del nostro mestiere”.

Foto di Andrea Kim Mariani/AGF
Domenica 16 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 12:29
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