U2, doppio live a Roma a 30 anni di distanza dal concerto-evento del Flaminio
di Claudio Fabretti

U2, doppio live a Roma a 30 anni di distanza dal concerto-evento del Flaminio

Un caldo pomeriggio romano, 27 maggio 1987. Allo stadio Flaminio l’attesa è palpitante per l’evento live dell’anno: arrivano gli U2, sull’onda del successo di The Joshua Tree. Sono giovani, belli e ancora sufficientemente acerbi, anche se non più avvolti da quell’aura mistica immortalata tra le rupi rosse di Under A Blood Red Sky. Quindici e 16 luglio 2017: ormai attempate (e un po’ imbolsite) star planetarie, Bono & C. tornano a Roma per celebrare il trentennale di quella pietra miliare.

I quattro irlandesi, appena proclamati «miglior gruppo del mondo» da Rolling Stone, volevano esplorare le radici del rock americano. Ma serviva il passo decisivo, quello verso la Terra promessa di Giosuè, all'ombra di quel cactus gigante della Death Valley, ribattezzato proprio Joshua dai primi mormoni giunti in America. The Joshua Tree era il loro pellegrinaggio verso l'eldorado del rock: «Outside it's America», annunciava trionfalmente Bono in Bullet The Blue Sky. Un viaggio colmo di giovanile stupore, mitigato dalla guida esperta di due guru degli studios come Brian Eno e il suo pupillo Daniel Lanois, al quale il non musicista aveva già affidato tre anni prima la co-produzione dello splendido The Unforgettable Fire.

La formidabile performance del Flaminio - oltre a destare le critiche del vicinato per questioni di volume - aveva esaltato questo immaginario, proiettando gli U2 nel firmamento del rock. Ha senso, allora, riproporla oggi? Forse no, forse è solo una scaltra operazione commerciale, come lamentano i più intransigenti. Ma una parte di noi, che all'epoca passammo un pomeriggio intero sotto il sole in (ottima) compagnia di Lone Justice, BAD e Pretenders in attesa dell'arrivo dei neo-idoli irlandesi, non smetterà mai di emozionarsi alla vista di quello smisurato cactus. Anche se la voce e l'energia che lo celebreranno non saranno più le stesse. E ogni volta che la mente tornerà a viaggiare nel posto dove le vie non hanno nome (Where The Streets Have No Name), o si accenderà una luce sulla collina rossa della miniera (Red Hill Mining Town), Bono non sarà più il divo miliardario stucchevole degli ultimi anni, ma tornerà a essere il ragazzo col cuore in fiamme che cantava Gloria sul molo del porto di Dublino. E chissà che anche lui, in fondo, non possa pensare ancora «I still haven't found what I'm looking for».
Venerdì 14 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 08:36
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