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Le super-cellule che uccidono il cancro:
"scudo" anche dopo 14 anni

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Le super-cellule che uccidono il cancro:
"scudo" anche dopo 14 anni

Martedì 16 Febbraio 2016, 15:05

LONDRA - Da una ricerca del San Raffaele di Milano arriva una possibile svolta nella lotta contro il cancro. Gli scienziati dell'ospedale italiano hanno scoperto una terapia immuno-cellulare che contrasta il ritorno dei tumori. Lo studio presentato a Washington da tre ricercatori nel corso dell'incontro annuale dell'American Association for the Advancement of Science (AAAS), per la promozione della scienza è stato riportato con grande evidenza su diversi giornali britannici.  Il Times gli dedica l'apertura della prima pagina e sottolinea il ruolo cruciale di un team del San Raffaele di Milano, citando l'ematologa Chiara Bonini. Secondo il giornale dietro questo studio s'intravvede una svolta che anche alcuni "veterani nella lotta contro il cancro" giudicano "rivoluzionaria". Si tratta di produrre "cellule killer T geneticamente elaborate": una sorta di arma artificialmente prodotta dal sistema immunitario , in grado di "convivere con qualsiasi cancro nel sistema sanguigno" e contrastarlo.  L'obiettivo degli scienziati italiani per questo lavoro era selezionare 'soldati scelti' del sistema immunitario, modificarli geneticamente in modo da trasformarli in un esercito armato costruito in laboratorio e in grado di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali. «Ci siamo riusciti - assicura all'AdnKronos Salute Chiara Bonini, vicedirettore della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive del San Raffaele - e abbiamo individuato quali sono i linfociti con le maggiori probabilità di riuscire in questa impresa». Cellule che sono come una sorta di 'farmaco viventè, le definisce l'esperta.  «Se vogliamo che la risposta perduri nel tempo, infatti - prosegue - occorre utilizzare cellule del sistema immunitario che abbiano le qualità per resistere, e nello studio abbiamo identificato i sottotipi con queste caratteristiche: sono le 'memory stem T cells' o staminali della memoria immunologica. La verifica è avvenuta attraverso un trial clinico di fase III che ha coinvolto 10 pazienti colpiti da leucemia acuta, già sottoposti a trapianto di midollo osseo da donatore, trattati con linfociti T modificati attraverso il 'gene suicidà Tk» sviluppato dall'azienda MolMed, nata come spin-off del San Raffaele.  L'équipe italiana ha potuto studiare i risultati ottenuti su pazienti trattati a partire del 2000. «I parametri immunologici, a distanza di anni da trapianto e terapia genica - spiega Oliveira - sono risultati uguali a quelli di persone sane e di pari età. Il passo successivo è stato identificare quali cellule del sistema immunitario resistessero maggiormente nel tempo, andando a verificare quali 'ritrovavamò dopo anni», fino a 14 dopo il trattamento. A essere 'promossè sono state appunto le memory stem T cells. «Da anni stiamo studiando il loro ruolo nella memoria immunologica e in questo lavoro abbiamo verificato il loro effettivo contributo in pazienti con leucemia».  «Ogni linfocita T - riprende Bonini - riconosce un antigene specifico su un'altra cellula, che sia un virus dell'influenza o della varicella, o un qualunque altro agente patogeno. Nel nostro organismo ci sono anche linfociti T che riconoscono le cellule tumorali, ma sono molto rari mentre un paziente ha bisogno di averne molti. Il nostro compito è proprio questo: somministrargli un esercito di linfociti T anticancro costruito da noi». Per arrivare all'obiettivo finale (che comprende trattare vari tipi di cancro), le possibili strade sono due. «La prima è armare i linfociti T usando i recettori Car, che nelle leucemie acute hanno fatto la differenza producendo risposte cliniche un tempo impensabili - ricorda Bonini - Questi recettori però hanno un problema: riconoscono solo strutture che si trovano sulla superficie esterna della cellula tumorale bersaglio. Se l'antigene è all'interno, Car non lo vede».  SCOPERTA SUI MACROFAGI
Nei giorni scorsi il San Raffaele aveva ottenuto un altro importante riconoscimento internazionale per una scoperta pubblicata su Cell Reports, prestigioso organo di stampa specializzato, riguardo i cosidetti macrofagi, che invece di difendere il corpo contribuiscono a diffondere il cancro. I macrofagi,
cellule del sistema immunitario normalmente deputate alla difesa
dell'organismo dalle infezioni, in presenza di leucemia linfatica
cronica alimentano la crescita e la disseminazione delle cellule
tumorali. Lo ha scoperto un team di ricercatori dell'Irccs ospedale
San Raffaele di Milano, che ha pubblicato il lavoro su 'Cell Reports',
identificando anche strategie terapeutiche innovative che mirano a
colpire l'interazione dei macrofagi con le cellule leucemiche. Lo
studio è stato possibile grazie ai finanziamenti dell'Airc,
Associazione italiana per la ricerca contro il cancro.        La leucemia linfatica cronica (Llc) - ricordano dall'Istituto del
Gruppo ospedaliero San Donato - colpisce ogni anno 10 persone su 100
mila, specialmente dopo i 60 anni, ed è caratterizzata dall'accumulo
di linfociti B maligni nel midollo osseo, nel sangue e in diversi
organi. Alcuni pazienti presentano un decorso cronico e indolente,
mentre altri contraggono una forma molto aggressiva per la quale al
momento non esistono terapie efficaci. Sebbene all'origine della
malattia vi siano alcuni eventi genetici, la progressione e la
malignità dipendono strettamente dai segnali forniti dall'ambiente
cellulare (il 'microambientè) in cui la leucemia si sviluppa. Il
microambiente leucemico comprende diversi tipi di cellule, tra cui i
monociti e i macrofagi.        L'équipe di Federico Caligaris-Cappio, già responsabile di un
programma Airc Molecular Clinical Oncology-5 per mille nell'ambito del
quale lo studio è stato condotto, sotto la guida di Maria Teresa
Sabrina Bertilaccio
, ricercatrice al San Raffaele e professore a
contratto dell'università Vita-Salute San Raffaele, si è concentrata
in questi anni sull'analisi molecolare e funzionale delle interazioni
tra le cellule leucemiche e il microambiente, per bloccare la
progressione del tumore.
   

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