IL CAPO DEL POOL ANTICORRUZIONE DI MILANO:
"MANI PULITE NON HA UCCISO IL TUMORE"

Venerdì 17 Febbraio 2012 - 06:52
di Giovanna Trinchella

ROMA - Alfredo Robledo, magistrato a capo del dipartimento della Procura di Milano che si occupa di corruzione, qual è l’eredità di Tangentopoli?
«Prendo a prestito da Piercamillo Davigo un’immagine non bella, ma vera: Mani Pulite ha estirpato il tumore, ma sono rimaste in giro le metastasi. Scomparso il sistema di Tangentopoli, c’è stata una frammentazione. Troviamo o ritroviamo personaggi che sapevano fare solo quel mestiere e continuano a farlo, magari individualmente anziché per il partito. Non c’è più un sistema centralizzato di corruzione, però ci sono sotto-sistemi settoriali che ricordano la rete corruttiva della vecchia Tangentopoli».
Quali sono i problemi e gli ostacoli per i pm anti-corruzione, nei riguardi di un reato che costa all’Italia 50 miliardi di euro?
«L’impunità sostanziale che è dovuta alla prescrizione e all’assoluta mancanza di un sistema organico di norme che consentano una lotta veramente efficace alla corruzione».
La Corte dei conti ha affermato che la «corruzione esiste ancora» e che a volte difficilmente si scopre. Lei cosa ne pensa?
«La corruzione non è un problema penale, ma sociale. Dato il livello di diffusione della corruzione non si può parlare di questione giudiziaria, ma di problema politico. Nel senso che è la società nel suo insieme che deve porsi il problema su cui c’è una estrema insensibilità; il corrotto non viene mai isolato».
Sembra una questione di difficile soluzione vista in questi termini. Cosa rimane a chi crede nella giustizia e nell’onestà?
«Non sono credente, ma è mia opinione che le forze e i movimenti che si riferiscono alla Conferenza episcopale italiana siano oggi gli unici possibili catalizzatori di un concreto rinnovamento dei valori di solidarietà, giustizia ed equità sociale posti a fondamento della Costituzione».