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Terrorismo, l'Intelligence: Italia sempre
più esposta, rischio giovani jihadisti Isis

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Terrorismo, l'Intelligence: Italia sempre
più esposta, rischio giovani jihadisti Isis

Mercoledì 2 Marzo 2016, 12:29

L'Italia «appare sempre più esposta» alla minaccia jihadista, anche se non sono emersi specifici riscontri su piani terroristici. Lo rileva la relazione annuale dell'intelligence inviata oggi al Parlamento, sottolineando come nella propaganda jihadista non siano mancati i riferimenti all'Italia come nemico per i suoi rapporti con Usa e Israele e per il suo impegno contro il terrorismo. La maggiore esposizione al rischio emerge anche in relazione al Giubileo e alla possibile attivazione di nuove generazioni di aspiranti mujahidin che aderiscono alla campagna promossa dall'Isis.  I servizi valutano «con estrema attenzione i crescenti segnali di consenso verso l'ideologia jihadista emersi nei circuiti radicali on-line, frequentati da soggetti residenti in Italia o italofoni: si tratta di individui anche molto giovani, generalmente privi di uno specifico background, permeabili ad opinioni 'di cordatà o all'influenza di figure carismatiche e resi più recettivi al 'credò jihadista da crisi identitarie, condizioni di emarginazione e visioni paranoiche delle regole sociali, talora frutto della frequentazione di ambienti della micro delinquenza, dello spaccio e delle carceri».  Il fenomeno è confermato dalla diffusione di testi tradotti in italiano nei quali si esortano i 'lupi solitari' a colpire. Accanto alle 'giovani leve', non vanno dimenticati «i rischi derivanti dalla generazione di estremisti della 'prima ora', già facenti parte di reti di supporto logistico/finanziario al jihad smantellate tra i secondi anni '90 e primi 2000, che - sfuggiti all'azione di contrasto o tornati in libertà dopo un periodo di detenzione - potrebbero sentirsi nuovamente 'chiamati alla causa' ed attivarsi direttamente o fornendo assistenza a emissari provenienti dall'estero».  Occhio anche ai «contesti parentali e amicali, all'interno dei quali sono tuttora mantenuti rapporti con estremisti espulsi dall'Italia o con foreign fighters intenzionati a reclutare nuovi adepti», così come agli ex combattenti libici giunti nel tempo in Italia anche per cure mediche, nonchè agli «ambienti carcerari, ove i detenuti per reati comuni sembrerebbero i più vulnerabili a percorsi di radicalizzazione ideologico-religiosa».

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