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"Neonato curato male a Salerno":
cinque indagati, poi il "miracolo"

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"Neonato curato male a Salerno":
cinque indagati, poi il "miracolo"

Mercoledì 19 Ottobre 2016, 06:30

di Petronilla Carillo
SALERNO - Per Albert Einstein la «coincidenza è il modo che ha Dio di restare anonimo». Lo pensano anche i genitori di un bimbo, oggi di 15 mesi, che a poche ore dalla sua nascita è morto, resuscitato e poi rinato ancora una volta. Per loro Dio si è manifestato con le sembianze di un medico del Monaldi di Napoli che, guarda caso, portava il nome del santo al quale la giovane mamma si era rivolta durante una gravidanza «particolare»: Antonio da Padova il santo, Santantonio il medico (questo è il cognome) che ha salvato la vita al loro piccino.   La storia di malasanità, sulla quale sta ora indagando la Procura di Salerno, ha inizio ancor prima che il piccolo nascesse e al momento vede cinque persone indagate: medici dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona ma anche responsabili di un noto centro di analisi cliniche cittadino. L’accusa, formalizzata dai genitori in una denuncia, è di lesioni gravissime in quanto il loro bimbo, anche se ora dimesso dall’ospedale, è ancora in prognosi riservata: a giorni andrà a Pisa per essere sottoposto ad importanti accertamenti che dovranno attestare le sue condizioni neurologiche. Secondo il racconto di Giuseppe ed Elena, nell’esposto presentato dai loro legali (gli avvocati Michele Sarno e Carmine Pepe), appena nato il piccolo non sarebbe stato sottoposto subito ad una terapia per aiutare i suoi polmoni ad ossigenare e questo gli potrebbe aver causato un deficit.   All’origine del tutto, secondo quanto esposto nella querela, ci sarebbero gravi colpe mediche a causa della mancanza di profilassi fatta alla madre durante la gravidanza. La giovane donna, per nove mesi, è stata seguita dal reparto di gravidanze a rischio del Ruggi, dopo due precedenti aborti spontanei causati da una incompatibilità dei gruppi sanguigni tra lei e suo marito. Incompatibilità che oggi, secondo quanto poi riferito dai periti dei due genitori, può essere superata con una trasfusione intrauterina: in pratica basta cambiare il sangue nel corpicino dei feto attraverso il cordone ombelicale. «Tutto ciò - racconta Giuseppe - non è accaduto. In quel reparto tutti erano a conoscenza dei problemi di mia moglie, avendola già seguita nelle due precedenti gravidanze non andate a buon fine. Invece, quando è stata ricoverata per l’ennesima minaccia di aborto, non hanno sottoposto ne lei ne il feto alla profilassi dovuta. 

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