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SCHETTINO SU CANALE 5: "ANCHE
IO SONO UNA VITTIMA" -FOTO/VIDEO

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Francesco Schettino a "Quinta olonna"

Mercoledì 11 Luglio 2012

ROMA - Basta quel nome, Schettino, e sul web le persone mettono mano alla pistola. Mai nessuno come il comandante della Costa Concordia era riuscito a compattare così le opinioni: «È solo un codardo».
La notizia poi che il bel Francesco, lo sciupafemmine di Meta di Sorrento, abbia venduto a 57mila euro la sua prima intervista a Quinta Colonna (programma di Mediaset in onda ieri sera) non ha contribuito a migliorarne la reputazione. «Voglio spiegare la mia verità - ha detto - ognuno ha la sua». Un tentativo di «buttarla in caciara», come si dice a Roma, o forse uno «scurdammuce o’ passato», viste le sue origini. Ma il web, e a volte non è un bene, non dimentica. Non dimentica tutti quei morti. Non dimentica Dayana, 5 anni, inghiottita dal mare con il papà. Non dimentica quelle telefonate con la Capitaneria di Porto, quella voce sommessa, viscida. Schettino ieri sembrava un altro: «Parlo anche se non ne avrei voglia, lo faccio per dovere morale verso il pubblico». Parla come un tronista. Parla, ma dice poco. «Il maitre mi chiese di passare davanti al Giglio. Domnica? Era un’amica, c’è stato molto gossip, lei è socievole, un po’ amica di tutti». Se non ci fossero 32 morti di mezzo, sarebbe solo spazzatura da buttar via. Invece la nave si schiantò su uno scoglio: «Non volevo sfidare nessuno. Non posso essere felice per quello che è successo, il mio cordoglio va alle persone che non ci sono più. Io ho fatto di tutto per proteggere i passeggeri, ma anche io sono una vittima». Schettino, non torni a bordo. Mai più.   Comandante lei ha deciso di parlare qualche giorno dopo la fine degli arresti domiciliari, perché?
"Perché prima cosa voglio metterci la faccia, perché credo sia mio preciso dovere spiegare come sono andati gli eventi in quanto questa vicenda è articolata e complessa secondo il mio punto di vista, ognuno ha la sua verità, non è sicuramente la verità assoluta, ma credo sia un mio preciso dovere visto che un po’ tutto il mondo è stato coinvolto direttamente o indirettamente in questa vicenda, credo sia un mio preciso dovere fare questo anche se non ne avrei tanta voglia di parlare, sinceramente lo faccio come dovere morale verso il pubblico, la mia intenzione non è di far cambiare idea al pubblico, perché ognuno ha la propria idea la rispetto e la mantengo, non auguro sinceramente mai a nessuno di poter vivere un bivio, un dramma del genere".   Ripercorriamo cronologicamente quella giornata, perché lei chiede di essere avvisato per andare in plancia al momento dell’arrivo vicino al Giglio?
"Se il maitre mi chiede comandante passiamo da li… è normale per dire guarda vengo pure io, suoniamo tre fischi di saluto all’isola è normale che il comandante presenzi".   C’era anche la Cemortan?
"La signorina stava aspettando fuori dove sta la tenda e aspettava la cabina libera, la chiave che gli avrebbe poi fornito…".   Perché era lì? Perché era li in plancia, seppur dietro?
"Perché lei era una mia amica e del capo commissario, una persona che voleva fare una crociera con le sue amiche a bordo, voleva comprare un biglietto in Russia, disse che nelle agenzie russe non era riuscita a trovare un posto sulla nave e quindi la aiutammo a trovare regolarmente una cabina e un regolare biglietto di viaggio".   C’è stato molto gossip attorno a questa vicenda e l’hanno descritta come qualcosa di più di un’amica
"E’ normale che c’è stato gossip…E’ sicuramente una persona socievole, simpatica e un po’ amica di tutti, non necessariamente non doveva essere qualcosa di più".   Però quella sera era a cena con lei la Cermotan?
"E’ stata a cena con me, è stata assieme anche al capo commissario perché alla fine ripeto ci sono delle persone con cui vale la pena farsi due risate… nient’ altro…".   Si è detto che la manovra, quindi il saluto al Giglio fosse una manovra fatta per dimostrare anche agli occhi di questa ragazza le sue doti di capacità di portare quella grande nave vicino al Giglio
"A parte il fatto che era notte e quindi non c’era nulla da vedere, meno male che poi su fb hanno trovato il messaggino che l’inchino era stato fatto per il maitre".   Passiamo il più vicino possibile. Questo lei avrebbe detto al cartografo Canessa, secondo quanto dice l’ufficiale Koronika
"Io non volevo sfidare nessuno, abbiamo programmato una navigazione a mezzo miglio e basta, quindi mezzo meglio per me era una distanza accettabile per fare un saluto, altrimenti non l’avrebbero manco visto, manco sentito sto benedetto saluto.  C’è una differenza tra un inchino e un passaggio, quello doveva essere un passaggio ravvicinato all’isola, perché in caso di inchino noi generalmente, si riduce la velocità , si va a distanza ravvicinata, si scelgono le carte giuste per fare l’inchino ad una certa distanza dalla terra, se fosse stato programmato un vero e proprio inchino, non sarebbe successo perfettamente niente".   Ma lei si sente di dover chiedere scusa a qualcuno?
"Ma sicuramente io non posso essere felice per quello che è successo, il mio cordoglio, il mio affetto più sincero va alle persone che purtroppo non ci sono più.  Il danno economico sicuramente ci sta, i danni sono per le perdite, per le persone che sono state colpite nei loro affetti e alla fine sicuramente per l’azienda e per il comandante della nave che poi è stato vittima di tutto questo sistema, questa cosa che è successa che è un sentimento indescrivibile, è ben minore dell’ affetto di una madre che perde una bimba sicuramente, è incommensurabile.  Però la perdita della nave per un comandante è qualcosa…non esiste un metro di dolore".   Lei dice il mio cordoglio…il cordoglio non equivale alle scuse, le ho chiesto se lei pensa di dover chiedere scusa?
"Certamente, perché io non pensavo mai potesse accadere una cosa del genere, va al di là di ogni intenzione di voler fare qualcosa del genere.  Nell’incidente non solo viene identificata la nave, l’azienda, viene identificato il comandante e quindi è normale che io debba chiedere scusa, quindi è normale che io debba chiedere scusa, proprio come rappresentante di questo sistema a tutti".   Lei ha parlato di una madre e di una bimba, lei come ha preso la notizia della morte della piccola Daiana Arlotti?
"Preferirei evitare non vorrei parlarne…perché già mi fa star male".   Io però glielo devo chiedere comandante
"Questa è una domanda che mi distrugge, è terribile".   Perché?
"Lasciamo stare dai…".   SCHETTINO SULL’ABBANDONO
Però poi lei va via dalla nave, questa nave la lascia?
"Fino adesso su questa faccenda ci si è sciato dentro, si è fatto tanto intrattenimento a discapito dell’informazione, io credo che lei, di questo ne ho avuto stima dall’inizio , ha la capacità di analizzare le cose e quindi non si ferma alla superficie, a quello che è stato lasciato credere e che poi alla fine ha avuto questo grande eco, il comandante che abbandona sta nave.  Io sono sceso dal ponte 8 quella nave si stava palesemente inclinando, praticamente ho visto la lancia che stava sotto il cancello d’imbarco dove ho fatto una scelta, già non potevo rimanere sulla nave perché il legno era ormai scivoloso perché creando un piano inclinato 50-55 gradi, sono stato praticamente favorito ad andare sulla lancia, non so se sono scivolato o se sono caduto, se la nave che si è spostata, non credevo che si sarebbe dato tutto questo peso sullo scivolare, il comandante cammina e inciampa su una lancia di salvataggio. Sono solo cattiverie".   Ma se ce lo deve dire oggi cosa è successo, è scivolato, è caduto è andato fino a lì, c’è voluto andare…Qual è la verità?
"Io non sono ne inciampato ne caduto, mi mancava il suolo sotto i piedi, come una scossa di terremoto, cade il solaio e lei cosa fa? Cade col solaio…".   Ma lei però arriva sullo scoglio, lei cosa prova quando arriva su quello scoglio? Perché guarda dallo scoglio la nave che affonda, questo dicono.
"Io avrei voluto sorreggerla con le mani, onestamente, però non mi è stato possibile, l’unica cosa che ho fatto, ho preso il cellulare e ho chiamato immediatamente i soccorsi".   Il punto comandante è che ci sono dei suoi ufficiali che si sono buttati in acqua e altri che hanno provato a raccogliere quei passeggeri che erano in acqua tra la nave e lo scoglio, lei non ha avuto la tentazione di ributtarsi in acqua di dare una mano ai passeggeri?
"Quello che ho visto io è che c’erano già 5 o 6 che venivano verso lo scoglio, cioè non ho visto persone che stavano affogando in acqua onestamente".   Quando capisce comandante che ci sono delle vittime?
"Mi sembra, il comandante della Capitaneria, De Falco, mi disse ci sono già delle vittime, ma non so se era un dato esatto se realmente ci fossero delle vittime, il primo che me l’ ha detto è stato lui.  Speravo sempre non fosse vero, poteva essere anche una persona che era svenuta, che poi si sarebbe ripresa".   Le viene chiesto ad un certo punto di risalire a bordo, lo fa De Falco in una telefonata molto famosa che ha fatto il giro del mondo perché lei non sale a bordo e cosa ha provato a risentire quella telefonata?
"Ascoltare quella telefonata non mi ha fatto nessun effetto perché io mi sono messo nei panni dell'interlocutore, generalmente quando si gestiscono i soccorsi a distanza, bisogna avere l’attenzione della persona che in quel momento rappresenta i tuoi occhi e capire lo scenario in cui si sta svolgendo la circostanza.  Io da comandante non ho mai dato un ordine che non possa essere eseguito, cioè lui ha richiamato un dovere senza capire che non poteva essere fatto .  Il discorso è che non aveva considerato che la nave sul lato dritto era affondata, dovevo fare 300m a nuoto, cioè buttarmi in acqua fare il giro della prora, vedere la biscaggina, col cellulare da preservare , perché nel frattempo dovevo parlare con l’unità di crisi, facevo una cosa molto più seria".   Sta di fatto che ci sono latri ufficiali che sono sbarcati alle 5 e 40 del mattino
"Quella è stata anche una condizione per proteggersi, in che senso? Io se avessi voluto proteggere me stesso, mi sarei messo sul lato di sinistro sicuro che la nave non affondava, e quindi stavo lì".   Però se lei fosse rimasto lì, alla fine oggi non sarebbe il codardo che tutta Italia ritiene che lei sia.
"Il codardo è chi in una situazione di pericolo, cerca di trarne vantaggio.  Se avessi saputo che quella telefonata fosse stata resa pubblica, sicuramente il tono della conversazione sarebbe stato diverso.
Lasciar prevalere il proprio io sarebbe significato, riattaccare il telefono e buttarlo in acqua, non ho capito a che gioco stiamo giocando…e la ci è mancato poco e di quello sono fortunato a non averlo fatto, perché avrei dato stile a tutta la mia napoletanità e gli avrei fatto capire un pochettino chi era quel comandante: Francesco Schettino".   L’URTO
"Prima di mettersi in moto a tutta dritta, 15 nodi, uno deve avere la percezione di un pericolo, perché fino a quel momento lì nessuno di noi presenti avevamo rilevato il pericolo, logicamente a sud non ci doveva arrivare perché non era pianificato e per quanto si potesse fare un inchino, non serviva a 50 metri, a 100 metri".

Se lei non avesse dato quella virata dritta, quando dice “Mi ha messo un mano divina sulla testa”, cosa sarebbe successo?
"La mano divina è proprio per dire ci stava un’ostruzione, il fiuto, l’osservazione di vedere, l’essere attenti, mi ha fatto intuire un qualche cosa da compiere che era importante, in quanto ho visto questa schiumetta bianca. Tanto è vero che anche gli ufficiali descrivono che io lascio la mia posizione, che era vicino al timone praticamente, e mi avvicino, tra virgolette, verso il vetro del ponte per cercare di avere una visuale migliore. Alla fine sono riuscito ad evitare l’impatto frontale".

Senta, me lo fa un disegno di quello che può essere accaduto su questa rotta?
"Qua ci sta lo scoglio, qua ci sta l’altro più esterno. La nave doveva fare così. . .
Il limite da questo scoglio qua doveva essere questa distanza qua che è 0,5 (disegna 0,5). Ci sta una costata che fa così (disegna un semicerchio). Invece di fare questa rotta qua, ha fatto da questo momento qua ha fatto così (disegna un altro semicerchio nella parte superiore)".

Perché si è passato questo punto e si è andati oltre? 
"Perché si accostato in ritardo, si è accostato in ritardo, nel frattempo che facevamo questa rotta qua io parlavo al telefono con il comandante".   Però secondo la procura la telefonata che lei fa con Palombo è un momento di distrazione.
"In quel momento lì io sono salito sul ponte, ho ordinato la navigazione manuale e non avevo io il comando, la direzione della navigazione era dell’ufficiale. Questo è un incidente banale nel quale la fatalità ha trovato breccia proprio nell’interagire tra esseri umani. Si è creato credo, di base, un malinteso e proprio per questo c’è la rabbia.  È come se tutte le teste, compresi gli strumenti, fossero andati in black-out.
Però si arriva ad un punto in cui bisogna avere la capacità di proferire parole e quindi di dire “Ma che stiamo combinando?” Mi faccio la colpa di essere stato distratto e che quella distanza come di routine doveva essere riportata, perché chiunque osservi al radar una situazione di eccessiva vicinanza deve per forza farlo presente".   Il suo problema era capire il livello dell’allagamento, non riusciva a capirlo?
"No, non riuscivo a capirlo, o per lo meno ad essere certo che fosse quello. A cuor leggero non si possono mettere 4000 passeggeri in mare. Io in quel momento ho ritenuto di agire in quel modo, perché veramente credevo che l’urto non avesse interessato i comparti che ha interessato".   Lei non si pente di aver tardato 45 minuti a dare l’allarme generale?
"No, di questo non mi pento nel modo più assoluto, lo ribadisco con forza, quella decisione è stata giusta. Perché io per far evacuare la nave l’avrei dovuta fermare. È da stupidi fermare un evento favorevole che si stava verificando e che la nave stava andando a scarrocciare verso terra, quindi sarebbe stato lì un’imprudenza far fermare la nave per mettere a mare le scialuppe, in un fondale di 100 metri dove la nave sarebbe poi sicuramente affondata. Se si ribaltava lì purtroppo non so quante vittime ci sarebbero state, sicuramente trovandoci su un fondale più basso ha fatto meno vittime".   Lei parla inizialmente soprattutto con l’unità di crisi di Costa Crociere. E dice subito “Ho fatto un casino”. Come se si fosse reso conto della gravità della situazione.
"Si ma già una nave da passeggeri che dopo un urto ha il motore di conduzione allagato, è un casino, che di più non si può".   Ferrarini o comunque l’unità di crisi di Costa non le dicono, nelle prime comunicazioni, di rallentare l’allarme generale e l’abbandono nave?
"No, nel modo più assoluto".   Perché alla capitaneria di porto dite, nella prima comunicazione, che avete avuto soltanto un black-out e non parlate dell’urto con lo scoglio?
"Stavamo valutando le condizioni della nave".   Quando c’è stata questa comunicazione, comandante, lei sa già di aver avuto uno squarcio nella nave, perché l’ha già comunicato agli altri, per esempio a Ferrarini.
"All’inizio c’è stata la comunicazione di black-out perché nel frattempo volevo richiedere un rimorchiatore, che poi alla fine ho chiamato. Un rimorchiatore per farci rimorchiare, perché non avrebbe avuto senso chiamare un rimorchiatore su una nave che sta affondando. Non volevo neanche creare un’informazione di rimbalzo tra la terra e la nave, e iniziare a dire “Abbiamo preso uno scoglio, stiamo andando a fondo” e la gente si sarebbe buttata in acqua. Quello è stato un modo di proteggere le persone, prima e fino al momento in cui io credevo che ci sarebbero state le condizioni per cui la nave non affondasse.
La mia perplessità è iniziata a sorgere quando Iaccarino inizia a dire “Sta traboccando acqua dal ponte 0”.
Forse se avessi saputo prima quell’informazione lì sarebbe stato più importante averla".   Cioè se lei avesse saputo “acqua a ponte 0” cosa avrebbe fatto?
"Automaticamente avrei fatto evacuare subito".   Ma lei comandate si era reso conto del panico che era già scoppiato a bordo in quel momento?
"In effetti il segnale di allarme generale serve a far radunare i passeggeri. In effetti gran parte del lavoro loro lo avevano già fatto, da se. Tanto è vero che quando abbiamo dato l’emergenza generale, dopo 20 minuti all’incirca, è stato dato l’abbandono nave, le lance sono state riempite e già tutti erano lì.
Poi la nave ha iniziato ad inclinarsi velocemente si doveva dare per forza l’abbandono nave. Quindi il problema non era allertarli, era calmarli. Cioè non esiste un naufragio perfetto, cioè immaginiamo questa nave che scende a ponti paralleli, lì c’è stato proprio un ribaltamento e purtroppo in questa fase di ribaltamento sono stati accelerati i tempi, sicuramente se avessimo avuto a disposizione 5 minuti in più, 10 minuti in più, non ci sarebbero state vittime".   In che senso, che la nave si ribaltasse 10 mintuti dopo?
"Si, alla fine c’erano 50 persone, come più o meno si era stimato, quindi basta pensare che in una scialuppa se ne mettono 150, quindi…":  Le leggo alcune dichiarazione che hanno rilasciato i suoi ufficiali a verbale.
Martino Pellegrini, il responsabile della sicurezza “Lo stato d’animo del comandante mi è sembrato alterato, andava a peggiorare, gli tremava la voce”
Iaccarino “Era in stato di choc”.
"Questo è stato il loro livello di percezione. Quello che a me sorprende sono queste dichiarazioni che sono state contrastanti con quello che era la verità, poi emersa dalla scatola nera".
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