IL TRENO NON FRENA, INFERNO A BAIRES:
49 MORTI E 200 FERITI GRAVI -FOTO/VIDEO

Mercoledì 22 Febbraio 2012 - 21:59

BUENOS AIRES - Le lamiere contorte dei primi due vagoni del treno numero 3772 che sulla linea Sarmiento collega il sud-ovest umile della provincia alla stazione di Once, nel cuore di Buenos Aires, sono il simbolo della tragedia che ha investito l'Argentina, lasciando una scia di decine di morti (le cifre parlano di almeno 50 vittime) e centinaia di feriti (oltre 600, di questi almeno 200 in condizioni molto gravi), nel secondo incidente ferroviario più grave nel Paese dagli anni Settanta. Una barriera di transenne ora isola il binario due, il binario della tragedia, avvenuta in una stazione affollata alle 8.33 del mattino, ora di punta e di fuggi fuggi verso i posti di lavoro. Sul treno della morte viaggiavano almeno mille persone. Erano pendolari, stipati, accalcati, come ogni mattina. «Mi sono reso conto che non stavamo frenando e che la velocità era un pò più forte del solito - racconta Rodrigo -. Io ero nel vagone-furgone, quello dove si possono portare le biciclette. Ero al terzo posto della formazione. Ho visto un bagliore. Ho sentito come un'esplosione Poi ho visto nasi e labbra rotte, gente a terra che urlava. Feriti dappertutto. Le nostre porte erano aperte, io sono uscito subito».

A provocare l'incidente di fatto sarebbe stato un guasto ai freni, con il treno che ha concluso la sua corsa contro il parapetto. «Non è cambiato niente. Questi locomotori non hanno sufficiente manutenzione», accusa Sergio Chacon, reduce da un altro dramma simile. Lui, che nell'incidente ferroviario di Flores, avvenuto il 13 settembre scorso (erano morte 11 persone e 200 erano rimaste ferite) aveva riportato varie lesioni gravi, è arrivato a Once una ventina di minuti dopo lo scatenarsi della tragedia. «Dobbiamo continuare a prendere questi treni perchè non abbiamo un'alternativa, ma nessuno li controlla», grida pieno di rabbia. Un cordone di poliziotti e militari tiene a distanza telecamere, giornalisti e curiosi. Intanto i Vigili del fuoco estraggono gli ultimi cadaveri, nascosti da una barriera di tendoni azzurri con la scritta Tba (Treni di Buenos Aires), mentre si ingrossa la fila dei disperati in processione, in cerca dei propri cari.

Piange Francisca. Da stamani cerca sua figlia Lina, partita a bordo del convoglio. Alla centrale operativa mobile del 103 parcheggiata davanti alla stazione, dove gli operatori hanno le liste dei feriti aggiornate ogni mezz'ora, nessuno ha saputo dirle niente. «È partita con questo treno per andare al lavoro come tutti i giorni - dice la donna - ma nessuno sa dirmi dove sia». Anche Ronald Jimenez è arrivato in cerca del fratello di 22 anni. «Continuo a chiamarlo al telefono, ma non risponde nessuno», dice guardandosi attorno spaesato, mentre i giornalisti lo cercano per raccogliere la sua testimonianza. Romina cerca Jonathan, di 27 anni: «Mio fratello aveva una maglietta nera, con i jeans. Di solito saliva sui primi vagoni per scendere velocemente e arrivare in tempo in ufficio, per favore - dice mentre si tormenta le mani - ditegli di telefonarmi». Lucas è sulle scale per uscire dalla stazione con i suoi compagni: è uno dei vigili del fuoco che ha tagliato il tetto del primo vagone, per estrarre i passeggeri in trappola. Nell'impatto il secondo vagone è entrato nel primo, per una profondità di sette metri. «Non posso parlare», dicecol sudore che gli cola dall'elmetto arancione, «là c'è il direttore del Servizio di emergenza, chiedete a lui». Poi si allontana dal gruppo e confida: «È stata una macelleria». Con i suoi colleghi ha lavorato con un verricello e le barelle per estrarre uno dopo l'altro i feriti. A tre ore dall'impatto, decine erano ancora dentro, col loro bagaglio di sofferenza, annaspando in mezzo ai morti. Un militare che fa parte del servizio d'ordine si avvicina al chiosco, che si trova proprio davanti al binario due. Compra una bottiglia d'acqua. «È una tragedia», sospira, per poi raggiungere velocemente i suoi compagni. «Stavamo facendo colazione, abbiamo sentito come un'esplosione. Abbiamo pensato ad una bomba, poi abbiamo sentito le urla e la polvere alzata dall'impatto del treno contro il marciapiede», racconta Carolina Noguera la proprietaria del banco, che ancora non riesce a credere a quello che è accaduto davanti ai suoi occhi.

"LA GENTE SI BUTTAVA DAL FINESTRINO" «Ero sul binario due e stavo aspettando l'arrivo del treno 3772. Mi sono accorto subito che non frenava. Ho gridato con tutta la forza che avevo, 'non frena, non frenà, rivolgendomi alla gente dietro di me che invece spingeva per avvicinarsi. Poi c'è stato l'urto con il parapetto. Come l'esplosione di una bomba. La nuvola nera della polvere del cemento sgretolato dal treno che non riusciva a frenare la sua corsa», racconta Alfredo, di 29 anni. «Ho visto un giovane che penzolava mezzo fuori da uno dei finestrini del primo vagone. Gli sono subito corso vicino per aiutarlo. Era rimasto intrappolato perchè aveva i corpi di due donne morte sulle gambe», spiega ancora Alfredo, che ha dato una mano ai primi vigili del fuoco arrivati sul posto. Carlos è uno dei passeggeri del treno della morte. Lui era nel quinto vagone e se l'è cavata con una ferita allo zigomo destro, ma è rimasto nella stazione di Once per cercare la sua amica, Alicia, salita in testa. «Avevo notato che in alcune stazioni non frenavamo bene. Non saprei essere più preciso - spiega - Era una sensazione. Come succede quasi ogni mattina il convoglio era pieno di gente. Quando c'è stato l'urto mi sono sentito come stordito. Sono andato a sbattere contro qualcosa, ma non saprei dire cosa». Concepcion conferma: «All'altezza di Caballito c'erano già dei problemi. Il treno non è riuscito a frenare e ha dovuto fare retromarcia. Poi quando siamo arrivati al capolinea siamo volati in aria. Uno sopra l'altro. Molti hanno subito fratture. C'era sangue. Gente che piangeva». Juan ha 19 anni, si stringe alla mamma che non appena saputo dell'incidente si è precipitata in stazione. La donna continua a baciare la testa del suo ragazzo. «Lui per fortuna - dice - se l'è cavata con una contusione al ginocchio». Poi si guarda intorno e si mette a piangere: «È un inferno. Una tragedia. Penso a tutti quelli che stanno cercando i propri cari». Marcos è uno di questi. Cerca mamma Gloria, uscita come ogni giorno per andare a lavorare. «Non riesco a mettermi in contatto con lei e nella lista dei feriti del servizio di emergenza non c'è». Si rivolge ai giornalisti e dice: «Aiutatemi, per favore».