ROMA - Meryl Streep, dopo 17 candidature all’Oscar sente ancora l’emozione del concorso?
«Mi sento sempre a disagio. A volte più che un’attrice mi sembra di essere un’atleta: correre per l’Oscar è come partecipare alla finale del Superbowl».
Tra le sue sfidanti chi teme?
«Non posso fare nomi. Ma secondo me, oggi, il livello medio della recitazione supera in qualità anche l’età d’oro di Hollywood. Vale soprattutto per le attrici».
L’Orso d’oro alla carriera, di solito, si vince alla fine della vita lavorativa.
«Garantisco che intendo restare in pista per un bel po’. Vincere un premio fuori dal proprio paese è sempre una soddisfazione enorme: per una come me, nata nel New Jersey in una città di 5000 anime, vincere a Berlino è un sogno».
Si ritiene una donna sicura di sé?
«Per niente: ho un brutto rapporto con le aspettative altrui. Ma l’insicurezza è un’amica, perché ti insegna la paura. Se non hai paura di nulla, allora sì che sei nei guai».
I suoi personaggi, invece, sono donne molto forti.
«Sono donne complesse e buffe. Non nel caso di Margaret Thatcher, naturalmente».
Come sceglie i copioni?
«Funziona come con la musica: istinto».
E i ruoli?
«Cerco personaggi che mi somiglino, anche da lontano. Per certi aspetti mi sento vicina persino alla Thatcher di The Iron Lady».
Lei è di sinistra, la Thatcher di destra.
«Infatti da giovane la detestavo. Di lei sapevo solo che era amica di Reagan e che aveva una pettinatura orrenda. In genere le donne si giudicano reciprocamente in questi termini: sicuramente qualcuno dice lo stesso di me».
Gli amici della Thatcher non hanno gradito il film.
«Il nostro film non è niente rispetto alla quantità di veleno che lei ha dovuto affrontare in vita sua. Il nostro intento non era quello di attaccarla».
Cosa fa per rilassarsi dopo una giornata di lavoro?
«Un gin tonic in camerino. Molto rilassante».
E quando il film finisce?
«Ne cerco subito un altro: noi attori non abbiamo grandi obiettivi, non cerchiamo la cura per il cancro. In genere non riusciamo a pianificare nulla. Nemmeno i figli».
L’aspetto più difficile del suo mestiere?
«Recitare con un robot, o in un film pieno di effetti speciali dove devi inventare tutto».
Come vive la popolarità?
«Non voglio lamentarmi...ma per esempio qui a Berlino ci sono cinque musei di arte contemporanea, ma io non posso andarci. Come fai a guardare un quadro mentre cinque persone guardano te?»
Un sogno?
«Un museo sulla storia delle donne. Sto raccogliendo il denaro per aprirlo». (ass)