BASKET, JEREMY LIN: IL CINESE VENUTO
DAL NULLA CHE FA IMPAZZIRE L'AMERICA

Lunedì 13 Febbraio 2012 - 08:02

ROMA - Mancava solo Jim Carrey e il remake di «Una settimana da Dio» era pronto per essere distribuito nelle sale cinematografiche. La storia di Jeremy Lin, 23enne americano di origini taiwanesi ha dell’incredibile. In pochi, pochissimi giorni è passato dall’essere un ex studente modello che si intendeva molto di economia e poco di pallacanestro al diventare un perno dei New York Knicks di Mike D’Antoni, conquistando la Nba e segnando 38 punti ai Lakers.
Ormai sui social network è esplosa la Lin-mania. In questi tutti avranno letto tweet riferiti alla #Linsanity, oppure al #YellowMamba (la rivisitazione del soprannome di Kobe Bryant). Tutti modi più o meno spiritosi per raccontare una storia che solo Hollywood poteva partorire.
La carriera di Jeremy è stata costellata di sfide. Figlio di Gie-Ming e Shirley, emigrati da Taiwan negli Stati Uniti nella metà degli anni Settanta, ha lottato, andando a sbattere più volte contro un muro di pregiudizi. Già al college dagli spalti veniva bersagliato: «Qui non si gioca a pallavolo», o peggio «Maiale in agrodolce tornatene in Cina». Ma Lin è andato avanti, senza badarci troppo. E nelle sue interviste ripeteva sempre: «Forse posso contribuire a rompere uno stereotipo. Io sono fiero di essere cinese e ringrazio Dio per l’opportunità che mi ha dato».
Dopo aver portato il suo college di Palo Alto alla conquista del titolo nel 2006 non ha ricevuto neppure una offerta di borsa di studio da parte di una università, si è pagato da solo la quota di Harvard. «Sono convinto che la mia etnia abbia influenzato il modo in cui gli allenatori mi hanno reclutato - ha commentato amaramente - penso che se fossi stato di una razza diversa, sarei stato trattato diversamente».
Si laureò in economia, giocando a pallacanestro e non venendo assolutamente considerato nel draft del 2010. Passò l’anno fra Golden State e Houston, da perfetto sconosciuto, tagliato e relegato sempre alla panchina. Durante il lock-out è stato addirittura offerto in Europa (anche a Roma), ma non ha trovato ingaggio nemmeno lì. Poi uno spiraglio si è aperto: lo ha chiamato New York ma dopo pochi tristi minuti lo ha spedito in D-League, la seconda lega americana. Poi, lo scorso 4 febbraio, dopo improbabili comparsate, la folgorazione: contro i Nets piazza 25 punti. Una cometa, si è pensato subito. La sera dopo ne ha scritti 28 con Utah, salvando la panchina di D’Antoni. Fino ad arrivare ai 38 segnati contro i Lakers di Bryant, che il giorno prima aveva imitato Luis Enrique con Tare: «Lin chi?». Ora lo conoscerà sicuramente meglio.