MILANO - Il carcere non è l’unica e obbligatoria misura per punire chi ha commesso uno stupro di gruppo. Lo ha stabilito ieri la Corte di Cassazione. E così il reato di violenza sessuale torna sotto la lente d’ingrandimento dei giudici. Era accaduto già due anni fa, quando la Corte Costituzionale aveva allargato le maglie delle misure cautelari applicabili, cancellando l’obbligo del carcere nei confronti del singolo responsabile.
Ora di quella decisione ha dato un’interpretazione estensiva la Corte di Cassazione, chiamata ad esaminare una violenza sessuale di gruppo. I supremi giudici hanno detto sì a misure alternative al carcere anche per i componenti del «branco». È stata, pertanto, annullata una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate ed ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perché faccia una nuova valutazione.
Era dal 2009, dall’approvazione in Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata da un diffuso allarme sociale - che il giudice doveva applicare al violentatore la misura del carcere. Poi la decisione della Corte Costituzionale che aveva ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto sì alle alternative al carcere. Ora la Corte di Cassazione ha stabilito che quel prinicio vale anche per le violenze di gruppo.
La decisione dei supremi giudici scatena la rabbia delle donne italiane. «Sentenza aberrante», hanno tuonato Mara Carfagna, ex ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, del Pd, Barbara Saltamartini, vice presidente del Gruppo Pdl. «Un passo indietro», ha spiegato Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa.
LE TRASFORMAZIONI DAL 2009. A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata sulla base di un diffuso allarme sociale legato alla recrudescenza di episodi di aggressioni alle donne - non era consentito al giudice (salvo che non vi fossero esigenze cautelari) di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari diverse e meno afflittive della custodia in carcere alla persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza. Investita della vicenda, la Corte Costituzionale, nell'estate del 2010, ha ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto sì alle alternative al carcere «nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure».
Ora la terza sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n.4377/12) ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni sono 'in toto' applicabili anche alla 'violenza sessuale di gruppò (art. 609 octies codice penale), dal momento che quest'ultimo reato «presenta caratteristiche essenziali non difformi» da quelle che la Consulta ha individuato per le altre specie di reati sessuali sottoposti al suo giudizio. «Unica interpretazione compatibile» con i principi fissati dalla sentenza della Corte Costituzionale - ha concluso la Cassazione - «è quella che estende la possibilità per il giudice di applicare misure diverse dalla custodia carceraria anche agli indagati sottoposti a misura cautelare» per il reato di violenza sessuale di gruppo.
La sentenza della Cassazione ha provocato un coro bipartisan di reazioni negative: «decisione impossibile da condividere», l'ha definita l'ex ministro per le pari opportunità Mara Carfagna (Pdl); «lacerante» per Barbara Pollastrini (Pd), ministro con la stessa delega nel governo Prodi; «aberrante» per Alessandra Mussolini e Barbara Saltamartini (Pdl); «per nulla convincente» per la deputata del Pd Donata Lenzi, secondo la quale «aumenteranno i silenzi delle vittime». Di «ennesimo passo indietro», infine, parla Telefono Rosa: «Vogliamo ricordare - sottolinea l'associazione - che questo reato bestiale segna per sempre la vita di una donna e ci batteremo in ogni modo perchè ci sia un cambio di rotta della giustizia italiana su questi reati».