MORTO JOE FRAZIER, 67 ANNI:
LA BOXE PIANGE IL SUO MITO

Mercoledì 09 Novembre 2011 - 07:23
Joe Frazier

PHILADELPHIA - Joe Frazier, ex campione del mondo di pugilato dei pesi massimi, è morto all’età di 67 anni, stroncato da un cancro al fegato. Frazier era in fin di vita da giorni. Il tumore che lo ha ucciso gli era stato diagnosticato il mese scorso. A dare la tragica notizia, una nota dei suoi cari: «Noi, i familiari del campione olimpico dei pesi massimi del 1964, ex campione del mondo e membro della Hall of Fame, Smokin’ Joe Frazier, abbiamo il rammarico di informarvi sulla sua morte, nella tarda serata del 7 novembre, nella sua casa di Philadelphia».

Era una notte da dormire con un occhio solo, con la paura di non sentire la sveglia alle 4 di mattina. Semb che ci fosse così tanta gente in piedi che i chilowatt in Italia aumentarono di 1.200.000 rispetto alla media. La Sip ebbe 10.000 prenotazioni per la sveglia. Joe Frazier, il campione dei pesi massimi, affrontava Muhammad Alì che per i tifosi era rimasto Cassius Clay, il loro campione del mondo, il campione delle chiacchiere, degli slogan, dei sogni, di chi odiava la guerra del Vietnam. E Alì urlava a Frazier «sei il servo dei bianchi».
Era l’8 marzo del 1971 e il ring del Madison Square Garden di New York spuntava sbiadito dalla vecchia tv che annunciava con orgoglio infantile l’eurovisione per il Festival di Sanremo e stavolta esagerava con uno straordinario mondovisione. Joe Frazier quella notte riuscì a sconfiggere tutto il mondo, non soltanto Clay. Sconfisse l’invincibile labbro di Louisville ai punti, quel labbro che lo aveva denigrato, dopo averlo dominato, distrutto ai fianchi, costretto all’angolo, a un knock down alla quindicesima ripresa.
Clay finì con le costole rotte, Frazier con la faccia tumefatta da quel jab che era leggenda. Probabilmente con quella vittoria finì il grande Frazier, perché da un match così non ci si riprende, ma fu una notte epica. Gli altri due incontri con Clay, la rivincita di New York del 1974 (sconfitto in 12 round) e la stessa sfida di Manila del 1975, battezzata Thrilla Manila (finì ko al 14° round), non valsero neppure la metà di quanto visto al Madison. E soprattutto non aggiunsero, né tolsero nulla all’immenso Joe. Nemmeno la disfatta del ’73 con Foreman, quando perse il titolo per ko dopo due umilianti round, perché più dei colpi di quel colosso, subì le conseguenze della guerra mondiale con Alì.
Quando ripensiamo a Frazier vediamo sempre quella macchina che avanza sul ring con un «gioco di tronco» e una rapidità di colpi a corta distanza che ha avuto pochi eguali. Soltanto un tizio così poteva piegare Clay e arrivare al massimo dei titoli quando lassù combattevano pugili del calibro di Foreman, Quarry, Bonavena, Foster, Ellis, Patterson, Bugner, Norton.
Joe Frazier, come Clay e poi Foreman, diventò campione del mondo dopo aver vinto l’oro olimpico (’64 a Tokyo). Era arrivato alla boxe dalla campagna di Beaufort, bella Carolina del Sud. I genitori, Rubin e Dolly Frazier lo guardavano perplessi quando decise di appendere un sacco riempito di iuta, stracci e mattoni al ramo di una quercia. Ma con altri undici figli attorno (uno morì di difterite) se ne fecero una ragione in fretta. Quel sacco fu la prima cosa che prese a pugni dopo la faccia di qualche monello della zona. Joe lavorava anche nei campi col padre. Chissà come, la sua famiglia poteva permettersi una delle prime televisioni arrivate nella cittadina e la tv trasmetteva pugilato, tanto che divenne una passione. Ma Frazier il ring lo prese sul serio nel 1960 a Filadelfia. E per questo, forse, quando Stallone mise sul set le imprese di Rocky, eroe di Filadelfia, lo chiamò per una comparsata. Nel 1967 Frazier era già un mito e fu dichiarato pugile dell’anno (riconoscimento ottenuto anche nel 1970 e nel ’71). E nell’ambiente era già Smoking Joe, cioè l’uomo al quale fumavano i guantoni. Del Frazier professionista ci sarebbe da aggiungere, tanto per dare un paragone ai più giovani, che probabilmente con lui in circolazione Tyson avrebbe stentato a diventare campione dei massimi.
Oltre a praticare boxe, Joe cantava in un gruppo soul, i Knock-out. Ha avuto undici figli, tre dei quali pugili. Joe fu all’angolo dell’appena discreto Marvin. La figlia, Jaqui, a 39 anni (nel 2001) salì sul ring e fu sconfitta dalla figlia di Alì, Laila, che aveva 29 anni e, parafrasando l’inno di John Lennon, sul ring cantava «Give woman a chance». Ma questa non è più boxe, almeno non quella di tipi come Joe, quella che, come direbbe Bob Dylan, ormai soffia nel vento.

MUHAMMAD ALÌ. «Ricorderò sempre Joe con rispetto e ammirazione. Il mio cordoglio va alla sua famiglia e a quelli che lo hanno amato». È l’omaggio di Muhammad Alì a quello che è stato sul ring il suo più grande avversario. Frazier era malato da tempo, le sue condizioni negli ultimi giorni si erano aggravate tanto che ieri lo stesso Alì aveva ammesso: «Prego per Joe». Tanti i campioni che hanno voluto dare il loro saluto al grande Smokin’ Joe. Condoglianze alla famiglia anche da Floyd Mayweather, imbattuto campione dei welter Wbc. Per l’ex campione dei massimi Wbc britannico Lennox Lewis, Frazier «è stato senza dubbio uno dei più grandi della boxe, una leggenda e il suo contributo è enorme. È un giorno triste per il pugilato».

LA CARRIERA DI UN CAMPIONE. Dotato di una forza brutale, ed in particolare di un devastante gancio sinistro, Frazier è stato un campione vero anche da dilettante, vincendo l'oro olimpico a Tokyo 1964. Quindi ha detenuto il titolo mondiale ed è entrato nella Hall of Fame. Fuori dal ring era invece considerato un autentico gentleman, che ha tentato la carriera di cantante con il gruppo dei 'Joe Frazier and the Knockouts'. Figlio di un raccoglitore di cotone in una piantagione della Carolina del Sud, si è trasferito a Filadelfia a soli 17 anni per intraprendere la carriera pugilistica. Da professionista Smokin' Joe ha sostenuto 37 incontri, vincendone 32 (27 prima del limite), perdendone 4 e pareggiandone uno. Per tre anni (1967, 1970 e 1971) è stato proclamato 'pugile dell'annò dalla rivista americana 'Ring Magazinè. Lascia 11 figli, tre dei quali, due maschi e una femmina, hanno cercato di ripercorrere le sue orme sul ring. Nei giorni scorsi, quando le sue condizioni si sono terribilmente aggravate, ha pregato per lui anche il grande Ali: «Le ultime notizie a proposito di Joe sono difficili da credere e ancora più difficili da accettare - aveva detto l'ex campione, da tempo affetto dal morbo di Parkinson -. Joe è un combattente e un campione, e io prego che lotti anche adesso». Fu proprio Frazier il primo a battere Ali ai punti nel 1971 al Madison Squadre Garden di New York, per decisione unanime dopo 15 durissimi round, in quello che allora fu definito il «match del secolo». Ali si prese la rivincita tre anni dopo, sempre ai punti ma dopo 12 round, prima di aggiudicarsi anche la 'bellà a Manila nelle Filippine al termine del 14/o round, in un altro match mondiale ormai entrato nella storia della boxe.