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BERLUSCONI, IL PD ATTUA LA LINEA DURA.
RENZI: "ORMAI È UN CONDANNATO"

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Matteo Renzi

Martedì 10 Settembre 2013

di Nino Bertoloni Meli
ROMA «Ormai è un condannato», ha scandito Matteo Renzi con i suoi sposando se non dettando la linea dura del Pd. Il condannato è ovviamente Silvio Berlusconi, e l’arrivo del sindaco tra i sostenitori della linea intransigente ha finito per lasciare ben pochi margini, per non dire nessuno, ai seguaci della posizione trattativista. Renzi aveva finora sostenuto la tesi del «Berlusconi lo voglio in pensione, non in galera», una posizione che era piaciuta anche fuori la cerchia democrat, ma questo valeva fino a quando il Cavaliere era al primo grado di giudizio, quando il cerchio giudiziario non era ancora chiuso. Per settimane il sindaco non era tornato sull’argomento, si era, pare, anche inventato il silenzio stampa pur di non pronunciarsi sullo scivoloso nodo. «Ma da quando Berlusconi è stato condannato definitivamente il quadro è cambiato, non ci sono più margini, la clemenza o la grazia, se mai ci saranno, non dipendono dal Pd, a questo punto è inutile inventarsi inesistenti vie o lungaggini che si ritorcerebbero solo contro di noi», spiega il renziano Paolo Gentiloni.  POLLICE VERSO
Sicché la linea intransigente sposata in Senato, non è perché lì operano personaggi come Zanda, Finocchiaro e Casson, antiberlusconiani d’antan, ma perché così è stato deciso al Nazareno, dove tutti mostrano pollice verso, a partire dal segretario Guglielmo Epifani che sarà pure di transizione, ma sul tema specifico non transige. «Una crisi ora sarebbe da irresponsabili», tuona a sera.
Ma se c’è un tema sul quale il Pd ha trovato una sua unità se non unanimità, è proprio l’atteggiamento sul caso Berlusconi, dove i vari Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini passando per Epifani per finire a Renzi, tutti si sono espressi più o meno con le stesse parole, «le sentenze vanno applicate, non ci sono margini, è Berlusconi, è il Pdl che devono decidere». «Il Pd è assolutamente unito, lo stato di diritto viene prima di qualsiasi cosa», assicura Dario Franceschini. E il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza: «È impensabile che la giunta delle elezioni al Senato diventi il quarto grado di giudizio di merito. Non è così. Il Pd vuol far passare il messaggio che la legge si rispetta e dopo il terzo grado di giudizio non si dovrebbe nemmeno commentare una sentenza».
Un atteggiamento dettato dalle vicende pre-congressuali? Un modo questo per far precipitare la situazione e non far celebrare il congresso, impedendo così la vittoria annunciata di Renzi? «Mica possiamo metterci a fare congressi se tutto precipita», dice Beppe Fioroni. A sentire pronunciare la parola congresso, si avvicina Alfredo D’Attorre questa volta senza elmetto e fa: «Sia chiaro una volta per tutte, noi bersaniani il congresso lo vogliamo tenere entro l’anno, non capiamo perché girano ancora voci che dicono il contrario». Renzi così vincerebbe subito? «Beh, bisognerà vedere se è lui che cambia il partito o se sarà il partito a cambiare lui», sibila D’Attorre. L’intinerario renziano ottimale prevede una eventuale crisi a gennaio ed elezioni in primavera (è girata la data del 9 marzo), mentre una crisi in autunno cambierebbe il percorso, le primarie si farebbero per il premier, poi bisognerà vedere chi mettere al partito. «Ma non è che Matteo si strapperebbe i capelli», assicurano i suoi.




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