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Pensioni, ecco i mini aumenti del 2014:
lo schema in vigore per tre anni -Guarda

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Lo schema degli aumenti
Lo schema degli aumenti

Sabato 26 Ottobre 2013

di Luca Cifoni
ROMA - Aumenti magri per le pensioni nel 2014. Un pò perché nell’anno che si avvia a concludersi, il tasso di inflazione è stato relativamente basso, un pò perché con la legge di stabilità il governo ha limitato la rivalutazione, per i trattamenti al di sopra dei 1.500 euro al mese circa. Lo schema proposto, che potrebbe ancora subire modifiche in Parlamento, è comunque più generoso di quello applicato negli ultimi due anni (a seguito del decreto salva-Italia) che prevedeva il blocco totale dell’incizzazione per gli assegni superiori a tre volte il minimo Inps. 
Il dato da cui partire è l’andamento dell’indice Istat per le famiglie di operai e impiegati (che differisce leggermente da quello generale). Ovviamente non è ancora noto il suo andamento per tutto il 2013, ma la legge prevede che questo sia stimato sulla base dei primi nove mesi dell’anno: l’incremento dei prezzi si proietterebe dunque a un 1,2 per cento, contro il 3 tondo che è stato riconosciuto a partire dal gennaio scorso sulla base della variazione dei prezzi nel 2012. 
LO SCHEMA DELLA MANOVRA
Ma questo aumento - in base al testo della manovra - sarà riconosciuto in pieno solo alle pensioni che non superano (in termini lordi) tre volte il trattamento minimo, fissato per quest’anno a 495,4 euro al mese. Dunque la soglia per godere della rivalutazione è appena al di sotto dei 1.500 euro mensili (1.486,3). Tra questo importo e quello corrispondente a quattro volte il minimo (1.981,7 al mese) l’incremento è riconosciuto per una percentuale del 90 per cento, applicata però all’intera somma e non solo sulla fascia che supera il limite. Man mano che l’importo della pensione sale, la percentuale di rivalutazione scende: fino a 2.477 euro mensili (cinque volte il minimo) sarà del 75 per cento, oltre questo limite del 50, sempre con riferimento all’intero importo.Ma a partire da sei volte il minimo (2.972 euro al mese) scatta un altro tipo di decurtazione: resta l’incremento dimezzato, ma si applica solo alla quota di pensione che non supera questa soglia: di fatto l’aumento viene cristallizzato a poco meno di 18 euro al mese, e dunque si riduce in percentuale per le pensioni via via più alte. 
Va ricordato che tutti gli importi sono lordi, dunque al di sopra dei 7.500 euro annui di reddito va calcolato l’effetto dell’Irpef. Quindi ad esempio un assegno da 500 euro mensili avrà i suoi 6 euro di aumento al mese effettivamente riconosciuti, mentre per uno da 1.000 i 12 euro di incremento saranno ridotti dall’applicazione dell’imposta progressiva. 
DOPO IL 2016
Questa scaletta sarà applicata per tre anni, fino al 2016: dall’anno successivo dovrebbe essere ripristinata quella precedentemente in vigore, in base ad una legge degli anni Novanta, che prevede rivalutazioni differenziate tra il 100 e il 75 per cento, percentuali applicate però solo sulle fasce di pensione che superano i limiti: dunque un’indicizzazione comunque più generosa. Invece avrà valore per il solo 2014 l’ulteriore limitazione per i trattamenti oltre sei volte il minimo, che quindi dall’anno successivo beneficerebbero della rivalutazione al cinquanta per cento. 
GLI INCASSI PER LO STATO
A minori aumenti per i pensionati corrispondono minori esborsi per lo Stato, crescenti nel tempo e poi strutturali dal 2017 in poi, perché le somme perse non saranno mai recuperate dagli interessati. Anche dal punto di vista dei conti pubblici va considerata la divaricazione tra lordo e netto, visto che un mancato incremento della pensione provoca anche una riduzione dell’Irpef che sarebbe stata incassata se questo ci fosse stato. Per il 2014 il risparmio è stimato in 580 milioni, che diventano 380 al netto degli effetti fiscali; nel 2016 si arriverebbe a 2,2 miliardi, di cui però solo 1,4 effettivi.




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